giovedì 24 dicembre 2009

piccolo regalo per noi tutte: "la doppia immagine" di anne sexton

La Doppia Immagine

A novembre compio trent’anni.
Sei ancora piccola, hai solo tre anni.
Guardiamo le foglie gialle, sono stremate,
turbinano nella pioggia d’inverno,
cadono e s’acquattano. Ed io ricordo
i tre autunni che non hai passato qui.
Hanno detto che mai ti avrei riavuto.
Ti dico quel che mai saprai davvero:
le congetture mediche
che spiegano il cervello non saranno mai reali
quanto queste foglie abbattute.
Io, che ho tentato due volte d’ammazzarmi,
ti avevo dato un nomignolo
appena arrivata, nei mesi del piagnucolare;
poi una febbre t’è rantolata in gola
ed io mi muovevo come una pantomima
attorno al tuo capino.
Angeli brutti mi hanno parlato. La colpa,
dicevano, era mia. Facevano gli spioni
come streghe verdi versando nella testa la rovina
come un rubinetto rotto;
come se la rovina avesse allagato la pancia e sommerso la culla,
un vecchio debito che dovevo accollarmi.
La morte era più semplice di quanto credessi.
Il giorno che la vita t’ha restituito sana e salva
Ho lasciato le streghe rapire la mia anima in colpa.
Ho finto d’esser morta
finché uomini bianchi m’hanno spompato il veleno,
m’hanno messo senza braccia e slavata
nella manfrina di scatole parlanti e letti elettrici.
Ridevo a vedermi messa ai ferri in quell’hotel.
Oggi le foglie gialle
sono stremate. Mi chiedi dove vanno.
Ti dico che l’oggi ha creduto in se stesso, altrimenti cedeva.
Oggi, piccina mia, Gioia,
ama il tuo essere dove adesso vive.
Non esiste un Dio speciale cui rivolgersi; o se c’è,
allora perché t’ho fatto crescere altrove.
Tu non riconoscevi la mia voce
quando tornavo a casa a trovarti.
Tutti i superlativi
di alberi di Natale e vischi del futuro
non ti aiuteranno a sapere le feste che hai perduto.
Nel tempo che non amai me stessa
venni in visita a te su marciapiedi spalati,
mi tenevi per un guanto.
Dopo questo fu di nuovo neve.

2.
Mi hanno spedito lettere con tue notizie
e io cucivo mocassini che non avrei mai usato.
Quando cominciai a sopportarmi
andai a stare con la mamma. Troppo tardi,
troppo tardi, dissero le streghe, per stare con la mamma.
Non me ne sono andata.
Ma un ritratto mi son fatto.
Dal manicomio nel parziale ritorno
venni alla casa di mia madre a Gloucester.
Ed ecco come venni ad abbrancarla,
ed ecco come venni a perderla.
Mia madre disse, per il suicidio io non posso dar perdono.
Non l’hai mai potuto.
Ma un ritratto lei m’ha fatto.
Ho vissuto da ospite rabbioso,
parzialmente rammendata, bimba esorbitante.
Ricordo che mia madre faceva del suo meglio.
Mi portò a Boston per farmi cambiare il taglio.
Sorridi come tua madre, disse il capocciante.
Non mi pareva interessante.
Ma un ritratto mi son fatto.
C’era una chiesa là dove sono cresciuta,
là in bianchi armadi fummo inchiavati
come coro di marinai, o puritani, irreggimentati.
Mio padre passava col piattino per la questua.
Dissero le streghe, troppo tardi per esser perdonata.
E non fui propriamente perdonata.
Ma un ritratto m’hanno fatto.

3.
Quell’estate gettiti irrigui s’inarcavano
a pioggia sull’erba rivierasca.
Parlavamo di siccità
mentre il prato corroso dal salmastro
nuovamente raddolciva.
Per passare il tempo falciavo l’erba
e la mattina mi facevo fare il ritratto,
fissando il sorriso nella formalità.
Ti ho spedito il disegnino di un coniglio,
e una cartolina col Motif number one
come se fosse normale
essere madre ed essersene andata.
Hanno appeso il ritratto nella fredda luce
del lato nord, che bene mi si addice,
per farmi stare bene.
Soltanto mia madre s’ammalò.
Mi volse le spalle, come se la morte contagiasse,
come se la morte si riflettesse,
come se il mio morire l’avesse corrosa.
Ad agosto avevi due anni, ma era dubbio il calcolo dei giorni.
Il primo settembre mi guardò in faccia
e mi disse che le avevo attaccato il cancro.
Le mozzarono le colline dolci
e ancora non avevo la risposta.

4.
Quell’inverno lei tornò
parziale ritorno
alla sterile suite
di medici, nauseante
crociera di raggi X,
l’aritmetica delle cellule impazzita.
Parziale intervento,
braccio grasso, prognosi infausta,
li ho sentiti dire.
Durante le burrasche marine
lei si fece fare il ritratto.
Caverna di uno specchio,
appeso al lato sud;
una coppia di sorrisi, una copia di lineamenti.
E tu mi assomigliavi sconosciuto
viso mio, tu lo indossavi.
Dopotutto eri mia.
Ho svernato a Boston,
sposa senza figli,
niente di dolce da spartire,
con le streghe a fianco.
Ho perduto la tua infanzia,
tentato un altro suicidio,
subito il secondo hotel dei sigilli.
M’hai fatto un Pesce d’Aprile.
Abbiamo riso insieme, fu cosa buona.

5.
Per l’ultima volta m’hanno dimesso
il primo maggio;
laureata in casi mentali,
con l’assenso dell’analista,
un libro finito di versi,
la macchina da scrivere e le borse.
Quell’estate imparai a rimettere vita
nelle mie sette stanze,
andavo su barchette a cigno, al mercato,
rispondevo al telefono,
da brava moglie offrivo da bere,
facevo l’amore fra crinoline e abbronzature d’agosto.
E tu venivi ogni weekend. No, mento.
Venivi di rado. Fingevo che c’eri
bimba farfalla, porcellina
guance di gelatina,
tre anni di disobbedienza,
ma splendida sconosciuta.
E dovevo imparare
perché volevo morire invece che amare,
perché mi faceva male la tua innocenza,
e perché accumulo le colpe
come un giovane internista
rivela i sintomi e la certa evidenza.
Quel giorno d’ottobre che andammo a Gloucester
le colline rosse mi ricordavano
la pelliccia di volpe rossa sdrucita
in cui giocavo da bambina,
immobile come un orso, una tenda,
una gran caverna che ride, pelliccia di volpe rossa.
Oltrepassammo il vivaio dei pesci,
il baracchino dove vendono l’esca,
Pigeon Cove, lo Yacht Club,
Squall Hill, verso la casa in attesa
ancora, la casa sul mare.
E due ritratti sono appesi su opposte pareti.

6.
Al lato nord il mio sorriso al suo posto è fissato,
risalta nell’ombra il mio viso ossuto.
Mentre posavo lì cosa avevo sognato
tutta me negli occhi in attesa,
il giovane viso, la zona del sorriso,
trappola per volpi.
Al lato sud il suo sorriso al suo posto è fissato,
le guance vizze come orchidee appassite;
mio specchio beffardo, mio amore spodestato,
mia immagine prima. Mi occhieggia dal ritratto
quella testa di morte impietrita
che avevo sopraffatto.
L’artista ci fissò alla svolta;
si sorrideva inquadrate nelle tele
prima di scegliere strade da prima separate.
La pelliccia di volpe rossa doveva esser bruciata.
Mi decompongo sulla parete
come Dorian Grey.
E questa fu caverna di uno specchio,
una donna sdoppiata che si fissa
come se il tempo l’avesse impietrita
- due signore in terra d’ombra assise -
Hai dato un bacio alla nonna,
e lei ha pianto.

7.
Non potevo tenerti
tranne il weekend. Ogni volta venivi
stringendo il disegnino del coniglio
che ti avevo spedito. Per l’ultima volta
disfo i tuoi bagagli. Ci tocchiamo senza un contatto.
La prima volta hai chiesto il mio nome.
Ora rimani per sempre. Dimenticherò
che sbalzavamo cozzandoci come marionette
appese a fili. Non era l’amore
ridursi al weekend.
Ti sbucci le ginocchia, impari il mio nome,
traballando sul marciapiede piangi e chiami.
Mi chiami mamma e ricordo ancora mia madre,
che altrove, nei dintorni di Boston, muore.
Ricordo che ti chiamammo Gioia
per poterti chiamare gioia.
Arrivasti come un ospite imbarazzato
allora, tutta fasciata umida meraviglia
alla mia mammella pesante.
Avevo bisogno di te. Non volevo un maschio,
solo una femmina, un topino lattoso di bimba,
da sempre amata, da sempre esuberante
nella casa di se stessa. Ti chiamammo Gioia.
Io, che non fui mai certa d’esser femmina,
avevo bisogno di un’altra vita,
di un’altra immagine per ricordarmi.
E fu questa la mia più grave colpa;
tu non potevi curarla o lenirla.
Ti ho fatta per trovarmi.

mercoledì 23 dicembre 2009

PRANZO DI NATALE

Mercoledì 9 dicembre

ore 13: 30
Arrivo in piazza del Campo. Lola, Teresa e Federica sono sedute vicino alla fontana e riscaldandosi sotto un sole pallido discutono dell’ incontro con la signora Muraro, avvenuto il venerdì precedente. A quanto pare l’incontro è molto ben riuscito e Lola e Federica ne parlano con entusiasmo. Aspettiamo Pina e Adelaide. Pina arriva verso le due, Raggiante come al solito.
Ci incamminiamo verso il ristorante “ Il Desiderio”. Io cammino avanti e cerco di concentrarmi sui dettagli di quel giorno. Vorrei conoscere le mie compagne al di fuori dell’aula F.

Siamo tutte molto eleganti, ciò vuol dire che rispettiamo l’occasione. Fede ha una mini gonna, Teresa veste una gonna grigia, Lola rispetta i colori del suo paese con una gonna di colori accesi e Pina è in pantaloni.

Ore 14:00
Arriviamo al ristorante e prendiamo posto. Il locale ricorda il vissuto senese, vale a dire “Medievale”. Immediatamente veniamo servite con un buon prosecco. Vai, il primo brindisi.
Abbiamo brindato augurando lunga vita al gruppo. Ecco, abbiamo pigiato il tasto dolente. Il Gruppo…
Da un po’ di tempo le poche componente sopravvissute si interrogano sullo stato di salute del gruppo.
I pareri sono contrastanti, chi pensa che va bene cosi come stiamo perché è un gruppo libero e ognuno ha diritto di comportarsi come crede, chi invece vorrebbe ridimensionare o ridefinire il concetto di gruppo…nel frattempo arriva Adelaide FELICE… con i capelli corti, le stanno proprio bene.

Ordiniamo il pranzo.
Dopo l’antipasto S.Desiderio io e Pina prendiamo tagliatelle alla zucca gialla, Lola e Fede pappardelle al cinghiale, Teresa risotto di mare e Ade – Oh Dio… i pici…? Non mi ricordo – Ade perdonami. Ovviamente accompagnati con un buon vino della casa.

Cominciamo a mangiare ma non smettiamo di discutere e tutto verte sulla “fondazione del gruppo” come dice Pina. I pareri sono molto colorati come i nostri i piatti. E poi non so come esce all’improvviso il nome del nostro gruppo con una variante: “ presenti, assenti” chiamato cosi da qualcuno ! Forse per le continue latitanze delle componenti?
Facciamo un altro brindisi questa volta per l’anno nuovo , con la speranza che il nostro gruppo rimanga compatto e unito.
Alla fine del pasto giungiamo ad una conclusione: crediamo in ciò che facciamo, indipendentemente dal concetto di gruppo, esprimiamo i nostri pareri in modo autonomo, che a dire il vero non è poco con i tempi che corrono. E’ un forum per manifestare la propria identità di donne che guardano alle battaglie delle madri nel passato ma che riescono allo stesso tempo a proiettare le nuove ideologie, adattandosi alle esigenze della donna di “oggi”.
E io ci metto anche il mio: è un’ occasione per me e Lola di sentirci parte integrante della società italiana che ci ha ospitato.

Dopo il caffè gentilmente ci cacciano, anche perché tra una chiacchiera, un boccone e un brindisi si sono fatte le 16:15

Usciamo, fa freddo fuori, le signore accendono una sigaretta e si rilassano, è ancora presto. Cosa facciamo? Federica suggerisce un ammazza caffè da Nannini. Prendiamo la strada per raggiungere il bar. Per arrivare a Nannini ci mettiamo mezz’ora abbondante. Alla Croce del Travaglio ci fermiamo e parliamo dei problemi femminili che affliggono alcune nostre amiche. “E se questa non è una donna!”, mi viene questo titolo in mente, mentre osservo le mie compagne; fresche, vivaci, che vogliono una nuova dimensione di vita per loro e per le loro figlie … e magari un giorno potranno dirle “ C’eravamo anche noi.”.
Finalmente entriamo al bar, non ricordo bene se facciamo un altro brindisi o meno e cominciamo a discutere di un altro argomento a mio parere importante: il nostro gruppo può essere influenzabile dall’interno o dall’esterno ? E se si come dobbiamo comportarci?
La risposta a queste domande rimangono avvolte in un velo di perplessità. Ci vorrà tempo per trovare una strategia adeguata nel caso in cui ciò succeda.
Come diceva una volta Michela “ Bisogna avere pazienza.” E noi ne avremo, basta non perdere di vista il nostro vero obiettivo: trovare un giusto spazio all’interno di una società che ancora guarda alla donna come “l’altro!”

Ore 18:00
Usciamo dal bar. Fa ancora più freddo. Vedo gli occhi lucidi di Lola, la cerchiamo e la salutiamo con affetto.
A distanza di poco tempo Lola è partita per la Spagna, Pina per Monza. Federica per Londra e Teresa forse per la Calabria e Adelaide, invece, mercoledì scorso ha raggiunto una meta importante, si è laureata. AUGURONI.

Carissime signore “Presenti, differenti”, questo è il report di una giornata indimenticabile, una giornata che ho condiviso con le mie compagne, non solo le loro idee ma il meraviglioso nostro mondo di DONNE.

Buon Natale e Felice Anno Nuovo dalle signore dell’aula F. Non perdete il video su
http://www.youtube.com/watch?v=O2MFducncsg&feature=related

mercoledì 2 dicembre 2009

Oggetto di Mari

Ho un po’ riflettuto se scrivere a caldo dell’oggetto presentato da Mariagrazia. Mi sono detta di sì, e così sono a scrivere appena uscita dall’incontro densissimo di oggi.
Desidero ringraziare ancora Mari dell’averci scelto per condividere un oggetto che, a distanza di due anni dalla morte di sua madre, è ancora, e forse lo sarà, caldo di dolore per lei, ma anche di amore infinito. E’ questo amore che forse le ha permesso di esprimersi con quella sobrietà che non si è mai riempita di sentimentalismo, che ha permesso alla sua parola di colorarsi di vita, di umanità.
Mari ha presentato una poesia di Pier Paolo Pasolini, la “Ballata delle madri”; non abbiamo letto immediatamente il testo, per cui lo inserirò quando Mari ha deciso di farlo leggere, dopo averne fatto una sorta di introduzione.
Il testo riguarda il rapporto che P. aveva con la propria madre, ma in generale il ‘modo’ di essere madre.
E’ una poesia dura, dai toni aspri, e lo è in particolare perché tocca una relazione, quella tra madre-figlia/o, che è la più viscerale.
Il suo testo ha più piani di lettura, a seconda del coinvolgimento emozionale che si prova nel leggerla, più o meno compromesso dal proprio vissuto.
Racconta tutta la contraddizione che c’è nel rapporto madre-figlia: è una poesia d’accusa, ma che parte e dà per scontato l’amore del figlio per la madre, per cui Pasolini può essere così aspro.
“Ho perso mia madre due anni fa”: in questo dolore è fondamentale per Mari “recuperare tutto”.La sua è la volontà caparbia di assomigliarle –per tenerla in vita- insieme a quella di trovare se’ stessa a prescindere da lei.
“Niente come mia madre è autrice del mio essere donna”: per questo Mari ne ha fatto l’oggetto del glossario, e la sua storia è un po’ riassunta da questa poesia.
Pasolini accusa le madri di essere vili –con toni da scelta quasi espressionista-: sotto tutta questa durezza di toni emerge una condanna culturale e sociale, che è quella di ritenere le madri responsabili di perpetuare la cultura dominante, nel senso che la trasmettono ai figli per il timore tutto materno di proteggerli, e quindi per plasmarli già atti a vivere nel ‘sistema’.
Per elaborare il suo dolore, Mari ha bisogno di oggettivarlo, per questo necessità il suo sguardo ha cercato nel ‘poesia della madre’del ‘900: per trovare le parole.
Il punto di partenza è in un’altra poesia di Pasolini, “Supplica a mia madre” [che ho inserito alla fine del testo].
Mari ne cita i versi: “sopravviviamo: ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione”. Dopo la morte della propria madre, con cui chiunque ha un rapporto morboso, l’impressione è proprio quella di sopravvivere in una confusione al di là della ragione. L’impressione è quella di rinascere. Ti ritrovi al mondo nuova: non sei più la sua proiezione. E’ il mistero, l’ineffabile. E’ come l’Annunciata di Antonello da Messina: è la maternità, non solo quella fisica e già realizzata, ma quella possibile. “La maternità, che io non ho vissuto, costituisce un grosso tratto della mia identità”. E per Mari un’altra parola per il glossario è “trasmissione”: il mestiere delle mamme è anche quello di preparare i figli al mondo, di dar loro i propri occhi.
Adelaide ora dà voce alla poesia:

Ballata delle madri
di Pier Paolo Pasolini
Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.

Quest’odio verso le madri, è un odio che Mari ha provato verso sua madre: le ha fatto rimostranze per il fatto che lei volesse i figli bravi, che per non avere problemi con la vita dovevano accettare un certo stato di cose. Mari si è sentita oggetto di trasmissione di un cristianesimo “per chi si accontenti dei resti della festa”, di un concetto frustrante di “umiltà” catto-borghese.
La cosa bellissima della poesia è che Pasolini condanna la cultura e in qualche modo salva le madri, le capisce; per questo Mari si sente rappresentata dalla poesia: intanto perché capisci tua madre come donna e poi perché comprendi la ragione per cui le madri ti educano in un certo modo.
L’universalità di questo testo poetico per Mari sta nel fatto che sicuramente sua madre avrebbe potuta riferirla alla propria madre.
I racconti su sua madre delle amiche, le restituiscono un’immagine di lei molto anarchica, e Mari sente che da lei ha preso la sua anarchia. C’è qualcosa di insito nella maternità: la paura che le proprie creature possano essere felici, per quello che essere felici comporta. Anche donne libere, nella trasmissione della propria libertà, stanno attente a che i loro figli non ne siano feriti.
Pasolini pur urlando, difende la madre: così è nella prima strofa, che è opposta a tutte le altre: è come se parlasse di come, al di là di quello che esse insegnano, le (madri)donne fossero all’opposto.
Per Mari è l’”enorme contraddizione tra enorme amore/ enorme recriminazione”. Quando muore una madre vuoi capirla, e ti trovi davanti ad uno scoglio insormontabile: la madre è donna ( e compagna, e moglie…) e poi è madre. Per questo si attua una scissione tra l’essere donna completa e la preoccupazione per il desiderio di avere figlie libere, ma che poi soffriranno per questa loro libertà, perché la società le condannerà e le farà soffrire.
Una delle colpe di infelicità che si attribuisce alle madri è quella di non aver avuto relazioni, o di averle interrotte “per la felicità dei figli”: le madri spesso diventano portatrici di ‘maternità’ più che di ‘identità di donne’, assecondando in questo e fecondandola, l’identità maschilista.
A questo punto mi viene in mente la pagina bellissima della lettera al figlio di Sibilla Aleramo di “Una donna”, che magari farà, chissà? Parte del mio oggetto (ricordatemelo!!!).
In questo sta la viltà che spesso Mari ha rimproverato a sua madre: nelle forti violenze psicologiche che lei subiva (quel “chinare senza amore la testa”?). Sente di avere avuto con la madre un approccio forse troppo severo, pensando, contrariamente a quanto ritenesse la sorella, che quelle della madre non fossero state scelte ma condizionamenti.
Quel “Sopravvivete! Pensate a voi!” della penultima strofa, la madre glie lo ha detto un sacco di volte, ma poi in realtà lei non lo applicava a se’ stessa: la donna fa prevalere la paura per il figlio e blocca la parte di se’ più libera, fa emergere una parte di se’ atavica, quella protettiva.
“E’così che vi appartiene questo mondo: fatti fratelli … dal rifiuto profondo a essere diversi: a rispondere del selvaggio dolore di essere uomini”: è da questo dolore dell’ultimo verso che le madri vogliono tenere lontani i propri figli.
Mandana, che era l’unica madre presente –le altre eravamo Lola, Adelaide, Mari ed io- nel ricordare come fosse vissuta in simbiosi con sua madre, che era molto giovane quando l’ha avuta, riflette sul fatto che all’atto della maternità il corpo produce un ormone particolare che dà quell’istinto di protezione verso il figlio.
“Quanto c’è di lei in me, quanto del suo carattere non voglio” Mari dice. “voglio solo aprire uno sguardo sull’abisso. Su mia madre”.

Chiudo qui il report. Riporto l’altra poesia di Pasolini ricordata da Mari, che tra l’altro in un passo famoso del film “I cento passi” Beppe Impastato legge a sua madre dopo esser stato rinnegato dal padre.
Beppe Impastato. Pier Paolo Pasolini. Entrambi morti uccisi…


Supplica a mia madre
di Pier Paolo Pasolini


E' difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi senza anima.

Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

domenica 29 novembre 2009

Report 25 novembre... il punto della situazione

Abbiamo raccolto tutti i termini che per il glossario abbiamo ricavato dalla presentazione degli oggetti e dalle letture dei report sulla presentazione degli oggetti di Mandana, Lola, Sonia e Adelaide. Sono tanti e dovremo poi riaggruparli e dargli un po' di sistematicitá, ma per il momento sono questi:

- Metodi anticoncezionali (anche come soddisfazione di desideri maschili)
- Emancipazione sessuale
- Aborto
- Riappropriazione e autodeterminazione del corpo femminile
- Mente/corpo
- Fertilità
- Maternità
- Malattia
- Corpo/centri di potere (medicina, mass media....)
- Sesso e sessualità
- Paura
- Incarnazione (come contrario di neutro e di dissociazione)
- Sacralitá del corpo
- Patriarcato/post patriarcato
- Relazione (reciprocitá/gratuitá)
- Identità
- Autenticità
- Senso di colpa
- Rapporto con la madre
- Rapporto con il padre
- Differenza/Uguaglianza


Como vedete sono tutti, forse troppi, ma sono quelli che hanno risuonato in ognuna di noi. Poi ci sará un lavoro di organizzazione e articolazione.



ODG per Mercoledì, 2 dicembre
Mariagrazia presenta il suo oggetto: una poesia di Pasolini sulla madre.


Buona domenica a tutte

mercoledì 25 novembre 2009

Oggetto Adelaide 11 novembre 2009

Presenti: Monica, Pina, Mandana, Lola, Teresa, Nora, una ragazza nuova di cui non so il nome :(

Adelaide dice di aver avuto una certa difficoltà a scegliere l’oggetto finché si è concentrata su ipotesi di tipo ‘filosofeggiante’. Poi ha deciso di presentarci qualcosa che la riguardasse profondamente - un’esperienza, un nodo - e, prima di parlarne, ci dice che comunque la sua narrazione non sarà fluida poiché ha difficoltà di ‘messa a fuoco’: si tratta infatti di far diventare parola un percorso in fieri, non chiuso, in gran parte ancora sommerso, comunque in corso di svolgimento, in fase di comprensione. Ha ritrovato una risonanza nella narrazione di Alessia Frontalini (‘Cera di cupra’) che, a sua volta, parte dalla famosa frase di Simone De Beauvoir «Donna non si nasce, si diventa» [chiederei ad Adelaide di copiare la citazione della Frontalini che ha letto, se le va].

Adelaide ci dice che il 75% delle donne, secondo l’indagine di Beauvoir, avrebbe voluto essere maschio perché per i maschi è molto più facile stare al mondo. Questa, ci spiega, è sempre stata anche la sua convinzione. Punto di partenza della riflessione è stata una recente conversazione in cui la mamma le ha detto che, quando era incinta di lei, il medico aveva previsto un maschietto. Adelaide dice che la convinzione dei genitori di aspettare un maschio (cosa peraltro appresa solo da pochissimo) ha orientato i loro comportamenti nei suoi confronti e lei è arrivata a disprezzare l’esser donna desiderando di essere un uomo. Pertanto, si è adeguata ad uno standard maschile assumendo comportamenti da uomo fra cui, in particolare, e mi sembra torni spesso su questo punto, l’aggressività: lei, come donna, si è ‘messa in disparte’. C’è nel suo racconto, così mi pare, l’equazione mascolinità=aggressività.

Legge una sua riflessione [che le chiederei di postare].

Adelaide individua alcuni punti:
- disconoscimento del proprio corpo;
- società patriarcale= la donna si sente inadeguata rispetto all’uomo;
- biografia: in casa il padre si è sempre rivolto a lei come se fosse un maschio, anche se da quando è diventata adulta lo fa meno. Le chiediamo cosa vuol dire che il padre si rivolge a lei come se fosse un maschio e lei risponde che parla con lei di politica, calcio, caccia... Adelaide dice che fin da piccola ha cercato di adeguarsi al contesto e alle sue contraddizioni, che si giocavano sul suo corpo: portava infatti capelli da maschiaccio, andava a pesca col padre e indossava vestiti da femmina (la mamma e la nonna infatti l’hanno sempre ‘vista’ femmina).

Nora: il fatto di avere una chiave di lettura del mondo ‘doppia’ è una fortuna! Adelaide risponde che sì, lo sarebbe perché può essere una ricchezza ma, visto che gli altri e le altre (e parla soprattutto di coetanei/e) non l’avevano, non la capivano, questo fatto la faceva, la fa ancora, soffrire.

Pina: rovescia la questione dell’ecografia: che sarebbe successo se fosse stato il contrario? Non avrei sofferto come ho sofferto, dice Adelaide...

Adelaide dice di aver avuto una doppia identità per tanto tempo che l’ha fatta soffrire molto: fuori un corpo di donna, dentro pensieri da maschio.

La mamma l’ha accettata perché era femmina; il papà riusciva ad avere un rapporto solo quando si rivolgeva a lei come a un maschio. Ha subito lo stereotipo dominante del padre che l’ha autorizzata a comportamenti¨come l’aggressività, il calcio, la caccia ecc. (mi viene in mente mentre scrivo che è come se fosse mancato il passaggio, e lo stesse facendo ora, dalla neutralità di ‘essere persona’ alla sessuazione).

Teresa: dice che ha avuto un’esperienza simile ma senza sofferenza per cui lei ha desiderato di essere un maschio e suo padre si è rassegnato. Riflessione: la cose che ci piace fare/ci impongono di fare contribuiscono a costrure la nostra identità.
Teresa bambina giocava con le coetanee al ruolo di quella che non si era sposata, lavorava ed era indipendente. Oggi le sono rimaste molte di queste cose. La sua, dice, è stata una scelta: quella di muoversi nell’altra ‘metà’ del mondo.

Adelaide: tentativo di mettere insieme le due identità, maschile e femminile.

Nora: il padre di Adelaide voleva trasmettere quel che per lui era importante e lei, la figlia, ha confrontato tale modello con quello sociale e lì è nato il ‘casino’.

Pina parla per Adelaide di possibile senso di colpa: lei si sentiva in colpa di non essere un maschio.

Teresa: necessità, invito ad armonizzare la parte maschile e femminile di cui parla Adelaide. E aggiunge, per sè, che il giorno più brutto della sua vita è stato quello in cui ha avuto le prime mestruazioni: pianti, vergogna...

Lola: rivedere il rapporto col padre e con la madre.

Adelaide: mestruazioni: furono il segnale che le fece capire che era una donna.

La conversazione si sposta sul rapporto di identificazione col padre che ha il potere: sembra che l’unico modello che le consentisse di sentirsi accettata fosse identificarsi col padre. La madre infatti si metteva in disparte, ‘assente’ come la nonna, e con nessuna delle due ha mai avuto un legame di confronto esplicito.

Si tirano un po’ di somme attorno ai nodi:
- prenderci il potere che ci viene dato dal padre;
- prenderci la responsabilità di correre il rischio di ‘avere le palle’ (discutiamo molto sull’opportunità di questa locuzione, che a me e ad Adelaide piace mentre alle altre no o piace poco);
- necessità, per Adelaide, di un percorso di posizionamento su sé che le consente di entrare in relazione con persone che accettano la sua differenza, la sua ‘mascolinità’ come ricchezza di un modello che le è stato fornito fin da piccola e che può essere entrato in conflitto con quello femminile (penso mentre scrivo a questa mamma e alla nonna sullo sfondo e le faccio risuonare con lei, che si dice aggressiva, e che giudica l’aggressività negativamente, come cifra mschile, in qualche modo da tener distante da sé... immagini, e ve le butto lì);
- armonizzazione: diventa un percorso di recupero di aentrambe le parti;

Adelaide dichiara la difficoltà a condividere questo percorso con altre e altri, cosa che comunque oggi nel gruppo è riuscita a fare: è la pratica di relazione la forza di Presenti, differenti.

Ci chiediamo: alla sua età è a un punto cui noi quarantenni non eravamo: cosa è ‘passato’?

Pina: la pratica delle relazioni ha origini femminili e diventa discorso politico. È nel ‘500 che si crea la pratica del distinguere, e la successiva cultura dell’oggettivazione [Pina, ti va di approfondire?].

Rivalità fra donne: strumento prezioso del patriarcato (credo fosse Teresa o Lola).

Le relazioni fra uomini sono ‘a pagamento’, quelle fra donne sono costruite sulla gratuità e sulla reciprocità dello scambio (Pina e Teresa, se non ricordo male).

Questi i miei appunti di quando non intervenivo... imprecisi giacché ho saltato molti passaggi essendo appunto impegnata a viverli col gruppo: chiedo venia ma, soprattutto, la disponibilità di chi c'era a integrare correggere perché nodi ne sono venuti fuori tanti, e densi, e c'è un sacco di roba per il glossario ma, soprattutto, per nutrirci noi. Grazie Adelaide :)

domenica 22 novembre 2009

Report 18 novembre 2009 ...fondazione!!!

Questo mercoledi abbiamo finalmente fatto quella che con un po’ di ironia ho chiamato la “rifondazione” del gruppo: un bilancio delle attività dell’anno scorso per ripartire quest’anno con chiarezza ed energia.
Dalla prima idea di porci le stesse domande che un anno fa hanno posto le fondamenta del nostro gruppo: perché mi va di prendere parte a questo seminario – che cosa mi aspetto- che contributo penso di poter dare, la discussione si è svolta con maggiore libertà e senza troppe ingessature.
Mandana ha espresso la sua esigenza di passare all’azione, in una direzione verso l’esterno che porti nel contempo stimoli alla discussione teorica.
Adelaide ha immediatamente riportato la sua visione del gruppo in una dimensione più interna: l’impegno per l’organizzazione della Staffetta ha portato via molto tempo (prezioso?) ai progetti su cui il gruppo stava lavorando: il glossario e il questionario. Quest’ultimo si è addirittura bloccato. Qualsiasi tipo di ‘altre’ attività deve portarci via meno tempo.
Teresa esprime il bisogno di far chiarezza su che cosa ci aspettiamo dal gruppo, su quali siano i nostri obiettivi. Il tempo del mercoledì è lo spazio per riflettere tra noi, per riflettere in ultima analisi sul glossario.
Per Lola non esiste antitesi tra pratica del dentro/fuori. La necessità è quella di selezionare le attività più funzionali alla formazione del glossario.
‘Trovare un equilibrio’ sono le parole di Sonia. Il lavoro per la Staffetta ha strappato troppo spazio alla riflessione teorica, di cui ha sentito la mancanza: i saperi di ognuna di noi sono tanti, ma è come se non riuscissero ad esprimersi con libertà e pienezza di energia. Avverte il contrasto tra la necessità di selezionare gli stimoli perché la riflessione sia più organizzata e il timore che l’imposizione di un fare più ordinato riduca la spontaneità e la libertà del dire: “ho proprio voglia di venire qua e discutere!”.
“Sono venuta qui per potere avere la parola nel mondo. Da quando sono qui sento che ho più parola fuori. Voglio costruirmi come soggetto differente attraverso voi”: per Lola stare nel gruppo ed ‘essere’ del gruppo è ricerca e scambio di identità e di competenze.
La tensione fra diadi come dentro/fuori, dovere/volere rotola tra parole che si fanno sempre più appassionate e scomposte: Mandana che al gruppo chiede la conoscenza del mondo occidentale chiede anche più disciplina… se iniziamo un discorso dobbiamo portarlo a termine… “Metodo!”rimanda Teresa, “quanto ci sentiamo realmente gruppo? A quel punto ci si avvia…”
Il grembo quieto e saggio di Michela accoglie la matassa, e la dipana… ‘Pazienza’ occorre alle tumultuanti noi tutte e la semplicità disarmante del ‘fare una cosa per volta’ placa gli animi stra-lunati.
Ed ecco il programma per quest’anno: ci diamo un tempo (gennaio) per finire l’attività di presentazione/riflessione degli oggetti per il glossario, dopodiché riprendiamo in mano il lavoro per il questionario, troppo prezioso perché vada perduto. A quel punto individueremo una parola chiave ricorrente, più risuonante, per farne il perno il più possibile fermo delle nostre riflessioni di quest’anno.

E a proposito di programmi, ecco i compitini per mercoledi prossimo:
- rifiniamo le riflessioni sull’oggetto di Adelaide, su cui Monica dovrebbe fare il report;
- ognuna di noi riorganizzi il materiale sparso dei termini individuati fino ad ora sui vari oggetti, in modo da fare il punto della situazione.

A mercoledi prossimo, 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, in aula alle 14.00, e in sala cinema alle 17.00 per la proiezione del Canto di Paloma!!!
…a proposito di canti e di palommelle... lunedi scorso è nata la piccola Olga... un bacio a Valentina!
Pina

lunedì 9 novembre 2009

Report del 4 Novembre

Prima di dedicarci alle riflessioni sull'oggetto della settimana, il film di Ettore Scola, "Una giornata particolare", abbiamo parlato degli innumerevoli eventi previsti per questo denso mese di novembre:
- 14 Novembre: mostra dell'archivio storico dell'UDI
- 18 Novembre: la prof. Balestra organizza un incontro sulla questione di genere. Elisa farà un intervento sul documentario "Il corpo delle donne". Per chi non lo avesse ancora visto, questo è il link: http://www.ilcorpodelledonne.net/.
- 25 Novembre: il gruppo deve ancora definire nello specifico i termini della proiezione del film "Una giornata particolare"; l'idea era di coinvolgere anche il movimento pansessuale di Siena.
-28 Novembre: manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne a Roma .
-Elisa ha parlato poi di tutta una serie di iniziative che si svolgeranno a Roma, sempre in questo periodo, come ad esempio la notte rosa; purtroppo non mi sono appuntata le date, magari la prossima volta Elisa ci fa un riassunto veloce.
Abbiamo parlato ancora dell'idea, lanciata da Pina, ma condivisa con entusiasmo dalle presenti agli ultimi incontri, di ospitare a Siena (o presso la Facoltà di Lettere oppure nell'atrio del Comune), la mostra fotografica "Ma-donne" di Roberta Torre (la regista di "Tano da morire"), esposta fino a qualche tempo fa a Palermo. Gli scatti che abbiamo visto sono davvero originali e rileggono con ironia alcuni degli stereotipi più comuni; questo è un link con alcune foto: http://trovacinema.repubblica.it/multimedia/copertina/colorate-e-barocche-le-ma-donne-di-roberta-torre/5321604.
L'idea è quella di capire innanzitutto se Roberta Torre sia eventualmente disponibile a organizzare a Siena la mostra; poi dovremmo ancora una volta affrontare la questione "soldi"; chi può finanziare l'evento? L'Università certamente no, ma forse il Comune può essere interessato. La mostra sarebbe il punto di partenza per strutturare una riflessione più articolata, che coinvolga Michela, per quanto riguarda la dimensione filosofica del concetto di Madonne, ma anche l'associazione Marco Dinoi, per ragionare sull'estetica dell'immagine e quindi sulla sua costruzione. Il progetto è ambizioso; nonostante il nostro entusiasmo, la paura è quella di imbarcarci nuovamente in un'avventura faticosa (un po' come è stato per la staffetta), non solo per l'aspetto puramente organizzativo, ma anche per la ricerca di finanziamenti. La questione sarà comunque affrontata nei prossimi incontri; nel frattempo Pina sta cercando di contattare Roberta Torre.
Ma veniamo al glossario; una riflessione postata da Teresa sul film ha innescato una discussione molto importante sul concetto di relazione, che ha riaperto alcuni nodi, che non sono ancora stati del tutto interiorizzati. Ma facciamo un passo indietro; nel film si sviluppa una relazione particolare tra due persone appartenenti a mondi diversi: da un lato Antonietta, casalinga devota alla famiglia e al duce, passiva, assolutamente integrata nel ruolo che la società maschilista del tempo le ha sapientemente ritagliato addosso, e Gabriele, radiocronista omosessuale, epurato dal regime, proprio per il suo orientamento sessuale. I due si incontrano un po' per caso, si conoscono, cominciano a condividere qualcosa di profondo, che cresce durante tutto il film, per poi scoppiare alla fine.
Teresa riflette dunque sulle modalità di relazione che le donne riescono a costruire, con fatica, ma anche con coraggio, come accade ad Antonietta. Una donna che, cresciuta in un contesto politico e culturale votato al conformismo, accetta l'incontro/scontro con l'altro, per mettere in discussione se stessa e quindi la propria storia personale. L'oggetto è dunque la relazione che supera la dimensione puramente conoscitiva, per diventare pratica politica, generatirice di effetti direttamente incidenti nella società.
A questo punto è Lola ad interrogarsi sulla "qualità" delle relazioni interne al nostro gruppo. Tema che ci riporta ad affrontare il rapporto dovere/potere. Che tipo di relazione costruiamo nel gruppo? Quali sono i presupposti relazionali fondamentali, affinchè il gruppo tenga?
Lola ha riscontrato la difficoltà personale di esprimere apertamente alcune questioni, avvertite come problematiche, per non compromettere l'equilibrio del gruppo, caratterizzato da una certa fragilità nei rapporti. Lola usa la parola pudore, per indicare questa inacapacità di costruire un confronto/scontro reale, anche per la presenza di molti "non detti". Questa debolezza nei rapporti finisce per tradursi in una mancanza di partecipazione concreta e di condivisione del gruppo alle iniziative che vengono organizzate.
Pina prende la parola e descrive il proprio rapporto con il gruppo: "Mi sono affidata al gruppo sentendolo come spazio vivo di discussione e di libertà". Pina mette in luce l'importanza del riconoscimento ricevuto dal gruppo e del suo sentirsi libera di esprimere ciò che è, senza il bisogno di ricorerre a delle maschere.
Il tema della libertà ci porta a riflettere sul concetto di partecipazione; Elisa descrive il gruppo come una sorta di "aria di ristoro", di benessere, una zona di rielaborazione dell'esperienza privata e pubblica che la aiuta anche ad uscire dalle dinamiche di potere che si sviluppano nella sfera lavorativa.
In questo contesto c'è la difficoltà di ognuna delle presenti di delineare con chiarezza le zone di azione esercitate rispettivamente dal potere (cioè ciò che ognuna di noi può fare in relazione al proprio tempo, ai propri impegni, alle proprie aspettative...) e dal dovere (dimensione che riguarda l'impegno concreto, la capacità dei singoli di "prendersi sul serio", la volontà di sostenere le iniziative del gruppo).

sabato 7 novembre 2009

A proposito di violenza...

Andai solo una volta alle riunioni del gruppo di appoggio per donne maltrattate (…)
Le storie che ascoltai erano spaventosamente simili alla mia. Uomini che bevevano molto, che negavano categoricamente le loro aggressioni utilizzando ogni trucco per smontare l’evidenza e far sì che la loro compagna finisse per pensare di essere lei la pazza; uomini che attribuivano alle compagne la responsabilità della loro condotta; uomini che non ascoltavano mai, che non rendevano conto di niente, non rispondevano alle domande, manipolavano le parole della partner e le usavano contro di lei, sbattendogliele in faccia nelle discussioni come boomerang; uomini che non esprimevano i loro sentimenti e non rispettavano quelli degli altri; uomini che non offrivano mai appoggio in momenti di crisi; uomini che nei conflitti ricorrevano a frasi offensive, a insulti, allo scherno o all’umiliazione; uomini con cui qualsiasi scambio di opinione degenerava in una lite furibonda perché non permettevano a nessuno di contraddirli; uomini che insistevano nel considerare sempre la compagna una squilibrata, una stupida o un’incapace, per poi ribaltare la cosa quando lei stava per lasciarli, momento in cui sembravano dimenticare tutta la loro disistima; uomini che un giorno guardavano le loro donne con disprezzo e le incolpavano di tutti i loro guai e il giorno dopo le consideravano la loro unica ragione di vita, e poi, daccapo, adorandole e detestandole in modo alterno, in un continuo saliscendi emotivo che le lasciava sconcertate e indifese, incapaci di reagire agli insulti e alle minacce; uomini sempre gelosi, che non davano mai spiegazioni delle proprie azioni, che in pubblico facevano le vittime spiegando che erano le loro donne a essere gelose, possessive, aggressive, isteriche; uomini il cui controllo era sempre giustificato dalle buone intenzioni, e donne che finivano sempre per giustificarli e assicuravano che, malgrado tutto, continuavano ad amarli. Proprio come me. Eppure io non ero mai stata maltrattata, nessuno mi aveva mai picchiata, non avevo mai subito violenza.

L. Extebarría, Una donna in bilico .

giovedì 29 ottobre 2009

le segretarie del sesto piano

Aiuto! Qualcuno ha avuto modo di vedere la nuova miniserie "Le segretarie del sesto piano"? Ancora i soliti stereotipi: segretarie di uomini in carriera, belle, intelligenti e affascinanti, che finiscono per avere relazioni amorose con i loro capi ovviamente uomini.

La miniserie è stata presentata in coda al TG1 o TG2 di domenica 25 ottobre (se non sbaglio) e le attrici protagoniste hanno dichiarato "quelle che interpretiamo sono donne in carriera, forti sul lavoro e fragili nel privato" ma anche "le segretarie conoscono meglio gli uomini per i quali lavorano delle loro mogli". Sono rimasta senza parole: come è possibile che nonostante le vicende del "papi" e di tutto il parlare di violenza sulle donne, mobbing, donne e lavoro, donne in carriera, quote rosa ecc.. si finisce ancora una volta con una rappresentazione della donna in carriera sì, ma sempre subordinata all'uomo. Non solo: la segretaria è anche la donna con la quale l'uomo tradisce la moglie.
Insomma mi sembra che solo Gad Lerner nell'ultima puntata dell'Infedele abbia parlato di questa fiction in toni polemici, ma perché nessun altro si è indignato?

venerdì 23 ottobre 2009

Ancora sul corpo della donna

Quando ho fatto la presentazione dell’oggetto mi sono sentita molto in imbarazzo perché per la prima volta parlavo in pubblico del mio corpo attraverso questo libro, "Corpo di donna, saggezza di donna". Questo imbarazzo mi ha bloccato e non sono riuscita né a parlare con la disinvoltura che avrei voluto né a dire tutto quello che avrei desiderato dirvi. Poi per qualche giorno, come capita spesso, mi sono detta: “dovevo dire questo e aggiungere quest’altro…e così via”. Quindi ora riprendo la parola per dirvi quello che allora non sono stata capace di condividere con voi; in questa occasione con l’intenzione di contribuire alla ricerca di parole da risignificare insieme.
Come vi dicevo allora, è stato un controverso rapporto con la pillola anticoncezionale quello che mi ha portato a leggere questo libro, in realtà un’amica me l’ha regalato dopo che le ho confessato le mie preoccupazioni. Credo che il rapporto controverso con questi sistemi anticoncezionali è molto diffuso tra noi donne e credo rispecchi un passo in più rispetto al femminismo degli anni settanta dove la pillola era il simbolo dell’emancipazione sessuale. Io allora non ero una femminista. Non era quindi una scelta di consapevolezza politica. La mia fu una “scelta” dovuta alla paura, al terrore di restare incinta e dover abortire.
Il libro ha confermato i miei dubbi sul male che questi metodi causano nel corpo della donna ma allo stesso tempo mi ha riconciliato con me stessa, che ho capito che quello è stato il mio modo per liberarmi dalla paura (e anche dalle sigarette!) e rilassarmi nei rapporti sessuali. La verità è che mi sono riconciliata quando piano piano mi sono riapropriata del mio corpo e ho cominciato a imporre la mia autoderminazione al sistema medico patriarcale. Non sempre ci riesco.
Dopo, ho continuato a interessarmi del sistema medico e delle sue conseguenze, e anche se la mia dottoressa di fiducia è dentro la medicina convenzionale il suo è un approccio di genere. Lei si chiama Carme Valls, lavora a Barcellona e ha scritto diversi libri e saggi sulla salute delle donne. "Donne invisibili" è il libro che mi ha spiegato quanto le donne siamo invisibili nel sistema medico. Tale invisibilità è riscontrabile dalla ricerca scientifica al trattamento della malattia passando per la diagnosi. Per quanto riguarda la ricerca, le donne siamo escluse in maniera sistematica come soggetti dai saggi clinici e come componenti del campione da studiare. L’elaborazione dei parametri di riferimento sono fatti a partire da modelli maschili che sono considerati normali, neutri, per valutare lo stato di salute fisica di una popolazione. L’assenza di ricerca su come si manifestano le malattie tra le donne determina che i metodi di raccolta di informazione siano parziali e che non sia valutata la differenza nella manifestazione di sintomi tra donne e uomini. Tale invisibilità trova il suo paradigma nelle malattie cardiovascolari. Le medicina si è basata tradizionalmente nella patologia predominante nel sesso maschile e nella sintomatologia che presentano le malattie che soffrono gli uomini. Ad esempio, si è detto che l’infarto al miocardio si presenta con un forte dolore nella zona precordiale sinistra che irradia al braccio sinistro e le dita ma questo dolore, con queste caratteristiche, si presenta in modo meno frequente nel sesso femminile. Tra le donne, in realtà, è molto più abituale che il dolore possa riguardare le mascelle o, in un 30% dei casi, si presentino soltanto sintomi di alterazione dello stomaco, come se si trattasse di una indigestione. Non bisogna stupirsi quindi, se i sintomi che presentano le donne nell’atto clinico siano a volte sottovalutati o semplicemente dimenticati, senza cercare di stabilire una diagnosi chiara a partire dalla domanda delle pazienti.
Questa “indifferenza” provoca il più delle volte delle diagnosi approssimative, sbagliate o incerte, e il conseguente ricorso a trattamenti ugualmente sbagliati volti a risolvere i sintomi e non le cause delle malattie. Sono, ad esempio, molto frequenti i casi in cui davanti a sintomi come la stanchezza, la difficoltà di concentrazione, gli attacchi di panico, vengano diagnosticate malattie mentali come depressione, attacchi di ansia e prescritti degli psicofarmaci; ciò invece di indagare sulle cause alla base di tali sintomi che tante volte possono essere ricondotte ad un problema endocrino o a una anemia prolungata nel tempo considerata invece “normale” tra le donne e, quindi, anch’essa invisibile come malattia da trattare.
Esistono differenze di morbilità e mortalità tra le donne e gli uomini, ma la maggior parte delle malattie che riguardano la donna non sono state studiate con lo stesso rigore di quelle maschili.
La ragione è che la maggior parte delle ricerche, sia di malattie che di fisiopatologie, hanno considerato esclusivamente l’uomo come soggetto. Risulta, quindi, logico che tali studi non possano essere generalizzati alle donne.
Il suo prossimo libro si chiama: "Donne, potere e salute" e lì spiega come i nuovi ruoli di potere che stiamo assumendo, o come diceva Michela, questa urgenza di essere presenti senza curare la differenza dei nostri corpi, sta causando nuove e gravissime malattie tra noi donne.

mercoledì 21 ottobre 2009

Riflessione oggetto di Lola

Ancora una volta è il corpo ad essere al centro della riflessione; è attorno ad esso che si muovono i miei dubbi. Cosa intendiamo quando parliamo di corpo? Facciamo forse riferimento ad un mero involucro che limita con la propria fisicità e dunque con i propri complessi processi biologici l'esperessione di qualcosa d'altro, oppure indichiamo consapevolmente una struttura totale, capace di contenere ma anche di essere?

La storia recente del femminismo ci ha insegnato a superare la funzione limitante della dimensione puramente fisica. Rompendo il mito della "matrice", della "donna culla" destinata a ricevere l'ovulo fecondato, il corpo cessa di essere oggetto, si emancipa, acquista un proprio status: il corpo è soggetto, la donna è anche corpo. Il corpo come elemento di rottura, liberato dai vincoli culturali e sociali, comincia a veicolare le prime istanze: "IL CORPO E' MIO E LO GESTISCO IO!". Non si rivendicano a gran voce semplicemente il controllo della donna sul proprio corpo, la capacità di disporre in piena autonomia di un oggetto da abitare; il corpo è strumento prima di tutto politico, attraverso cui diventa possibile agire concretamente sul mondo, modificandolo.

L'uso della pillolla contraccettiva è il simbolo forse più evidente della volontà della donna di ridisegnare i propri bisogni all'interno della società patriarcale. Attraverso il blocco volontario dell'ovulazione, la donna si riappropria della vita individuale, conformata, come sostiene Simone de Beauvoir, più secondo i bisogni dell'ovulo che i propri.

Ecco che allora la fisicità si delinea come una tavola su cui agire; il corpo che diventa strumento attivo di conocenza di se, come sostiene Lola durante la presentazione del suo oggetto, una lente attraverso cui rileggere il passato storico-sociale per ripensare un futuro diverso.

Le donne degli anni Settanta, emarginate, discriminate nel mondo lavorativo e confinate in ruoli secondari, ancora strettamente connessi alla cura della casa, alla protezione della sfera intima, agiscono sul corpo per riscattarsi, su quell'elemento per troppo tempo negato, nascosto, brutalizzato e ora così direttamente accessibile.

La maternità non è più vissuta come semplice evento naturale da subire; i tratti dell'autonomia e della volontarietà cominciano ad assumere rilevanza nella definizione della struttura famigliare, ma anche nei nuovi ruoli che le donne di li a poco rivendicheranno nella sfera lavorativa, in quella politica e istituzionale. Tutto sembra dunque partire dal corpo e dalla sua fisicità più intima, quella legata al ciclo mestruale, al rapporto sessuale, al concepimento, alla maternità, all'aborto. Agendo sulle funzioni biologiche del corpo, le donne scardinano i parametri esistenti, combattendo contro quell'elemento da sempre presente: il senso di colpa. Un elemento che continua ad accompagnarci anche oggi, come a volerci ricordare (nel caso lo dimenticassimo), che la nostra incapacità di scrollarci di dosso retaggi, ahimè centenari, è ancora li, tutta davanti a noi.

Il senso di colpa che proviamo in seguito a decisioni dolorose e coraggiose al tempo stesso, sembra ormai diventato parte di noi, del nostro essere al mondo. Senso di copla che proviamo nei confronti di madri, padri, mariti e compagni e il senso di colpa creato ad hoc quando ci rivolgiamo a strutture mediche incapaci di prendersi cura del nostro corpo, ma assolutamente in grado di sottoporre la donna a giudizi feroci e a decisioni "etiche", il cui grado di soggettività altro non fa che mettere seriamente a rischio la nostra salute.

martedì 20 ottobre 2009

riflessioni luisa su oggetto mandana

Non c’ero alla presentazione dell’oggetto di Mandana “Corpo di donna” ma grazie alle parole di Teresa, delicate ma allo stesso tempo dirette, ho potuto provare ad immaginarmi in aula M con le altre.

Cercherò di essere breve, dato che le cose da dire sarebbero tante.

Prima di tutto credo che sia complicato e difficile parlare del corpo della donna in riferimento a due culture (la nostra occidentale e quella in cui Mandana ha vissuto per molto tempo) così lontane e diverse ma con moltissimi elementi in comune. Prima di poter parlare della condizione della donna araba dovrei avere un’idea chiara di quella della donna occidentale ed invece mi sto ancora ponendo mille domande sulla nostra condizione nella società in cui viviamo.

Detto questo credo anche io che una riflessione sul corpo della donna sia cruciale, fondamentale e tappa obbligata per tutti coloro che vogliono prendere coscienza delle problematiche relazionali nel rapporto uomo donna. Diciamolo: il nostro corpo è bello, bellissimo, rotondo, sinuoso, armonico… provoca distrazione e turbamento ed è per questo che, secondo me, è coperto totalmente o scoperto totalmente.

E’ un tentativo degli uomini di ridurre la donna ad un estremo (solo un corpo, o un non-corpo) per farla uscire dalla dimensione di persona che è partecipe della vita sociale e ridurla ad una non-persona. Forse è vero ciò che all’inizio di questo percorso di autoconsapevolezza mi sembrava eccessivo e cioè che gli uomini ci temono e temono il nostro corpo, desiderano esercitare un controllo su di esso (lo coprono o lo scoprono) e desiderano esercitare un controllo anche su questioni prettamente femminili come l’aborto, la gravidanza e così via. Il corpo della donna viene, forse, così controllato anche nella sua funzione riproduttiva attraverso la separazione netta di due tipi di donna che da sempre sono presenti nella mente dei maschi: la donna moglie-madre, un vaso da riempire e da fecondare e la donna-prostituta un vaso da riempire a scrollandosi di dosso ogni responsabilità riguardante il concepimento.
Arrivo ora all’argomento menopausa trattato da Mandana. Mandana dice che la donna in menopausa non trova più una collocazione sociale. In che senso? A quale cultura si riferisce? E’ ancora valido per le donne che entrano oggi nel periodo della menopausa? Non lo so, è un argomento che varrebbe la pena approfondire. Se faccio riferimento alla mia esperienza personale non mi sembra che il parlare di menopausa sia un tabù. E’ vero però che, forse, nell’immaginario collettivo la donna in menopausa assume connotazioni negative. E’ vero anche che sempre più donne in età da menopausa non trovano spazio in tv, però forse qui non c’entra la menopausa ma l’età.

Continuando a scorrere le parole di Teresa leggo che secondo Mandana “l’inizio del periodo fertile è salutato con festeggiamenti mentre non ci sono riti per l’ingresso nel periodo della menopausa”. Anche qui Mandana si riferisce all’Iran?

A questo proposito vorrei dire due cose:

In Italia la prima mestruazione non è festeggiata, anzi è vissuta con imbarazzo credo. Fino a non molto tempo fa anche la parola mestruazione veniva detta sottovoce oppure si diceva “ quella cosa”, “quell’affare”… In più, per esempio, non molto tempo fa alle donne non era permesso entrare in chiesa nel periodo del ciclo mestruale.
Il motivo per cui la menopausa non è festeggiata non può essere quello per cui comunque la menopausa è indice del fatto che siamo invecchiate? Non si può collegare tutto alla paura della morte di cui l’invecchiamento può essere un primo sintomo? Inoltre, a quanto ne so, con la menopausa giungono anche complicazioni a livello fisico ed ho avuto modo di conoscere donne che grazie all’utilizzo di farmaci hanno potuto ritardare l’arrivo della menopausa, ritardandone così anche gli effetti negativi.
Anche gli uomini sono ossessionati dall’essere efficienti dal punto di vista riproduttivo, infatti mi sembra che anche il parlare di andropausa possa essere considerato un tabù.

Mandana ha infine toccato un argomento, già trattato da Lola, sul quale riterrei opportuno soffermarci nuovamente. Mi riferisco al fatto che troppo spesso la medicina cura il corpo delle donne nello stesso modo in cui lo farebbe con gli uomini. Questa estate ho subito anche io le conseguenze di ciò: mi è stato prescritto un antibiotico non considerando il fatto che nelle donne, nella gran parte dei casi, porta al verificarsi di altre problematiche, perciò sono stata costretta ad un’ulteriore cura. Vorrei sapere se ci sono degli sviluppi in proposito e se ci sono medici sensibili a questo tipo di problematiche. Perché non riparlarne?

Per quanto riguarda l’ultima parte del report di Teresa non posso far altro che ammirare Mandana per il coraggio che ha avuto e ringraziarla per aver condiviso con noi un’esperienza così difficile ed intensa.
Vorrei concludere citando due righe estratte dal testo di una ragazza di Lettere e Filosofia di Siena che ho letto nel libro di “Cera di Cupra” (quello relativo al concorso, per intenderci) e che mi sembra possano riassumere bene la problematicità e la complessità del rapporto fra noi donne e il nostro corpo. E’ vero, è forse dal prenderne consapevolezza che può prendere vita il percorso attraverso il quale ogni donna pensa a se stessa in quanto tale, in un contesto sociale.

L’autrice del testo scrive a proposito del periodo della sua adolescenza:

“Cos’ero a quell’epoca? Non sapevo camminare sui tacchi ma portavo il reggiseno, avevo l’acne, e una volta al mese mi riempivo di antidolorifici per affrontare quel curioso avvenimento fisiologico che mia nonna nominava in diciassette modi diversi e sempre con un’aria da cospiratrice. Il fascino da ninfetta era toccato tutto alla maliziosa Lolita Nabokov, lasciando noialtre, tredicenni non sublimate dalla fantasia letteraria, a guardarci perplesse di fronte allo specchio, chiedendoci cosa non andasse. E perché mai la gonna che ieri stava a pennello ora era evidentemente troppo corta, e la t-shirt troppo stretta; perché quel corpo, con il quale avevamo vissuto felicemente più di una decina d’anni, se ne stava lì a darci battaglia. Senza trovare puntualmente una risposta. Poi, con gli anni, l’abbiamo trovata. (…) Passando per decine di riti di passaggio, con un occhio sempre puntato sul riflesso delle vetrine per vedere se tutto il lavoro fatto (…) fosse ancora lì, abbiamo capito che tutto quel piangere, quel provare vestiti, tutto quell’amare inutilmente e quel confidarsi con le amiche, quei primi disastrosi tentativi di trucco, quel primo bacio, quella prima volta, quell’essere sempre sottovalutate, tutto quel tempo, passato in buona parte a tentare di dimostrare qualcosa a qualcuno, o magari anche solo a noi stesse ci aveva trasformato. In qualcosa di doloroso e meraviglioso e diverso ed inspiegabile. Pure da noi, ormai così occupate ad esserlo da non essere più interessate a definirlo”.

lunedì 19 ottobre 2009

Riflessioni di Michela su oggetto di Lola

Almeno due delle 'chiavi' di Lola coincidono con due termini già
inseriti a partire dall'oggetto di Mandana: corpo, medicina. Ma ce ne
sono due che invece nella discussione di mercoledì scorso non erano
emersi, e su cui vale la pena riflettere: neutro e incarnazione. Nella
'tentazione del neutro' (lo virgoletto perché è certamente
un'espressione che è stata usata nei contesti femministi degli anni
'80, anche se ora non ricordo dove o da chi) io vedo un modo di poter
leggere quello che accade quando si dimentica, o si cerca di
dimenticare, la dimensione (anche) corporea della differenza
nell'urgenza di essere presenti nel mondo. O almeno, è stato un modo
in cui hanno provato a pensarsi molte donne della mia generazione prima
della scoperta collettiva della differenza. Da neutro ci si veste,
anche: pensate ai tailleur gessati delle donne in carriera (e della
ministra Carfagna ...) ma anche alla moda unisex più in generale (uno
dei gesti visibili più eclatanti del femminismo degli anni '70 fu
quello di andare in giro con le gonne lunghe a fiori ... personalmente
nel 1977 mi sono ritrovata 'vestita da femminista' a una high table a
Oxford, e non so se erano più sconcertati i proff del college che mi
avevano invitato o io - ma non avevo, letteralmente, un altro tipo di
cosa da mettermi, il mio guardaroba era 'ideologico' che più non si
poteva, a quell'epoca). Neutra è spesso la nozione che abbiamo della
(nostra) mente, come se fosse una cosa a parte rispetto al corpo; e qui
naturalmente penso al ricorrere della parola 'dissociazione' nei
discorsi che abbiamo fatto e stiamo facendo sul rapporto mente-corpo.

Incarnazione è, nel mio sentire, il contrario del neutro e della
dissociazione. E vorrei sottolineare anche la valenza sacrale che
questo termine ha per le donne cresciute nel contesto occidentale
cristiano, perché pensarsi come incarnate non è facilissimo, è più
facile pensare di 'avere' un corpo, di rapportarsi al corpo, mentre
pensare dii 'essere' un corpo vivente e pensante è più complicato, e
nei fatti ci si ritrova sempre a pensarci in termini dualisti.

termini individuati 14 ottobre

Termini individuati dopo il primo incontro (14 ottobre) sulla lettura dei report della presentazione degli oggetti:
mente/corpo
corpo e potere
fertilità
maternità
malattia
medicina
sesso/sessualità
paura

mercoledì 14 ottobre 2009

Intorno al corpo delle donne...

Facile in questo caso individuare il tema: il corpo delle donne, il luogo che da sempre (da quando?) si porta dietro la traccia della differenza. Il corpo debole, delicato e fragile da proteggere all'interno del privato, della dimensione domestica, quando la differenza era pensata in negativo come la naturale divisione dei ruoli che reclamavano per la "vita activa" un corpo forte, solido e senza "periodizzazioni" che ne limitavano l'agire; il corpo da rivendicare e di cui riappropriarsi nel momento emancipazionista de "Il corpo è mio e lo gestisco io"; il corpo che testimonia la differenza di essere due e che esibisce la necessità di posizionarsi non per fare cosediverse rispetto agli uomini ma per "fare diversamente" le stesse cose. Intorno al corpo delle donne sembra giocarsi la partita femminista, sia quella paritaria che quella delladifferenza, si tratta di una centralità che non sembra appartenere alla sfera maschile dove il corpo è tutt'alpiù il luogo dove rivendicare forza e potere, spessostrumento di violenza e di sopraffazione. Il corpo delle donne è (questo viene fuori dallapresentazione e su questo credo noi tutte concordiamo) un momento essenziale (se non il momento fondante) della costruzione identitaria. Perchè? Non è forse legato a quel modo specialissimo in cui le donne stanno nel mondo, con la loro incapacità di esserci dal di fuori o al di sopra che connota l'esserci al maschile? Non è forse legato alla necessità delle donne di "esserci dentro" facendo di ogni possibile attività o inattività esperienza vissuta, particolare, personale, contestuale? Ma, mi chiedo, quanto le donne sono consapevoli di questo? Dalle parole di Mandana sembra definirsi un legame quasi inscindibile tra la costruzione di identità e l'aspetto puramente fisiologico e funzionale del corpo, è la malattia che innesca una relazione primaria e causale con il corpo, aprendo a riflessioni su di esso nel momento in cui mette in campo una dissociazione corpo/mente che svela del corpo al contempo la sua fragilità e la sua rilevanza. Questo forse nasce dall'abitudine (di cui le donne fanno fatica a liberarsi) di pensarsi in maniera trifasica come sessualmente inattive, fertili o produttive, legando a questo le sue tre possibilità di essere: vergini, madri (o prostitute) e vecchie. Il racconto di Mandana evidenzia delle differenze culturali nel trattare le varie fasi e ripensando alla storia delle donne in occidente possiamo ravvisare senz'altro delle differenze storiche tra le nostre tri-fasiche nonne e noi, rimane però (mi sembra) la costante di non saper gestire diversamente il rapporto con il corpo. Non si tratta a mio avviso di negare la naturale grandezza che il corpo di una donna si porta dietro da una fase all'altra, si tratta invece di sottrarre il dato naturale, innegabile, dalle costruzioni culturali di un potere che non sapendosi confrontare con la "potenza" del corpo femminile lo ha ridotto ad un vaso uterino da riempire e da svuotare all'occorrenza. E quando non è più utilizzabile, quando la donna entra nella fase calante della menopausa, allora è solo un vaso vecchio, rotto, da mettere in un angolo e dimenticare perchè, venendo meno la sua funzione, non si sa più che farsene. Ed eccoci allora a proiettare sulla nostra vita il senso di colpa, la vergogna, il timore (di cui ci parla Mandana), che il pensiero e lo sguardo degli uomini ci ha inculcato subdolamente per secoli. E qui entra in gioco la violenza del sistema medico patriarcale che traccia un solco profondo tra la nostra mente e il nostro corpo rinnegandone la specificità e rifiutandoci gli strumenti necessari per un'integrazione che sembra essere la sola chiave per superare indenni il confine depressionario sempre in agguato nella vita di una donna (ma per questo rimando alla presentazione di Lola). Non si può negare l'andamento triadico che coinvolge il corpo delle donne, ma è necessario imparare a leggerlo in una diversa prospettiva, ricollegando i cicli di tre ad altre triadi cosmiche: i tre stadi del continuum dell'esistenza (nascita, vita e morte); i tre punti del tempo e dello spazio (passato, presente e futuro), le fasi lunari..., riappropriandoci così di un corpo che ritrova la sua "potenza" laddove gli uomini hanno inscritto, invece, un'infermità. E da qui alla riflessione sul rapporto potenza/potere, il passo è breve.

mercoledì 7 ottobre 2009

report del 7 ottobre

Il nostro gruppo ha appena compiuto un anno da qualche giorno ed è un grande traguardo. Anche se c'è ancora tanto lavoro da fare, di strada ne abbiamo fatta e vale la pena festeggiare.
Oggi la discussione si è aperta con la famosa proposta che ci fu fatta dal Mara Meoni riguardo alla lettura collettiva del libro della Muraro "Il mercato della felicità". La lettura, che dovrebbe avvenire intorno ai giorni 4/8 dicembre, non ruoterà intorno al libro stesso ma, come ha chiesto la Muraro stessa, vuole essere un pretesto per discutere di temi attuali, soprattutto la storia del femminismo di ieri e di oggi.La domanda che ci siamo poste è se qualcuna si prende la responsabilità di fare da relatore durante questo incontro. Domanda con nessuna risposta ancora.
Ha preso poi la parola Pina riferendo alle assenti di settimana scorsa l'attrito che si è creato tra le femministe della vecchia guardia e quelle della nuova generazione del Donna chiama Donna e da qui è partita una discussione cioè se creare o meno una rete tra le associazioni senesi in quanto a Siena manca una rappresentazione forte di queste.Monica, che non era presente, ha riferito a Pina che non vuole più mantenere rapporti con le singole donne perchè ci sono stati molti attriti durante la preparazione della staffetta dovuti probabilmente ad un tipo di comunicazione non recepita bene dalle donne delle altre associazioni. Elisa ha suggerito di non creare una rete, di cominciare a fare qualcosa di pratico come gruppo individuale, e quindi di cercare una nostra connotazione politica magari ampliando le nostre conoscenze verso associazioni di altre città e regioni, ma comunque di mantenere un rapporto con le associazioni con le quali abbiamo collaborato per la staffetta. Il nostro obiettivo deve rimanere, come ha detto Elisa, "la realizzazione di un evento x,un convegno y o un progetto z". Se riusciamo a coinvolgere le altre associazioni tutto di guadagnato altrimenti il nostro obiettivo deve rimanere questo e non i rapporti orizzontali con le altre. E a proposito di coinvolgerle in un evento, oggi abbiamo anche parlato dell'evento del 24 ottobre che prevede la lettura in tutta Italia del "Manifesto sul lavoro". Alla fine abbiamo deciso di mandare degli inviti via e-mail, con in allegato il manifesto alle altre associazioni, e di essere noi a coordinare la giornata. Si svolgerà all'università di preciso dove ancora non lo sappiamo, Pina aveva proposto l'atrio, Lola sentiva se c'era la possibilità di prendere un'aula a giurisprudenza. Altra questione che abbiamo affrontato è stata la manifestazione che si terrà il 21 novembre a Brescia per chiudere la staffetta dell'Udi. L'Udi ha contattato Teresa per sapere se ci sarà una rappresentazione delle associazioni che hanno organizzato la staffeta senese durante la cerimonia di chiusura. Anche questa è una domanda che non ha ancora una risposta.
E' emerso poi un grande bisogno di voler intervenire politicamente su tutto ciò che non ci sta bene a partire anche da piccole cose come raccolte di firme o piccole manifestazioni e su questo punto siamo tutte d'accordo. Io personalmente non mi sento pronta ad un passo del genere e, come dissi settimana scorsa, non ho una forte base teorica che mi spinga ad uscir fuori politicamente ancora, non so se sono riuscita a spiegarmi comunque non metterò di certo i bastoni fra le ruote e se decideremo di fare davvero qualcosa di concreto vi seguirò.
In conclusione abbiamo stilato un ordine del giorno per settimana prossima:
. riprendere in mano il glossario e fare uno stato dell'arte (mandana,lola e teresa erano le responsabili e a voi spetta questo ingrato compito :-))
. risistemare il blog (abbiamo un pò incasinato le etichette, comunque Elisa ha mandato un'a-mail a tutte in cui spiega tutto)
. ognuna legge per settimana prossima un vecchio report e da questa lettura ne ricaviamo le parole chiave per il glossario
. riprendere la presentazione degli oggetti e quindi io, elisa, pina, monica,luisa, angelarosa,nora, e poi paola e federica (se continueranno a venire), dovremmo presentare i nostri oggetti
. decidere anche le modalità con cui pubblicizzeremo l'evento del 24 ottobre.
Questo è tutto. Quelle che per motivi di studio o lavoro possono venire poco al gruppo sono comunque invitate a continuare a scrivere sul blog e/o rimanere in contatto via e-mail. Questo è tutto, ci vediamo settimana prossima baci.

lunedì 5 ottobre 2009

spot Liu Jo "curves are back", cosa ne pensate?

Care tutte,

cosa ne pensate del nuovo spot della Liu Jo "bottom up collection"? Io lo trovo decisamente di cattivo gusto, anzi mi indigna.
Due ragazze per strada, quindi in un luogo pubblico, ferme in un punto a caso, che si impartiscono allegramente e reciprocamente schiaffi sui loro fondoschiena. La pubblicità girava già da tempo su alcuni settimanali ma non la ritenevo offensiva, credo che invece lo spot sia offensivo nei confronti del genere femminile ( ma perché veniamo rappresentate sempre e solo come delle imbecilli???) e diseducativo per gli uomini e per i ragazzi. Non voglio dire che induca alla violenza sulle donne ma che magari lasci passare il messaggio che alle donne piace essere trattate così, anche in mezzo alla strada, magari non fisicamente ma a parole. In altri termini credo che questo spot faccia sembrare normale agli uomini il fatto di commentare, fischiare, molestare verbalmente le donne in luoghi pubblici, come se fossimo delle non-persone.

Per chi lo volesse vedere basta andare su youtube e cercare "spot liu jo, curves are back".


Vorrei segnalare anche un'intervista che ha rilasciato Shakira su Repubblica in merito al suo nuovo video (non ricordo il titolo della canzone). Quando ho visto quel video la prima volta ho pensato "ma perché noi donne per essere ascoltate e per fare successo dobbiamo sempre ridurci così?". Il video mostra la cantante dentro ad una gabbia, seminuda e che ovviamente con il corpo allude a determinati movimenti. ll fatto è che Shakira in questa intervista ha dichiarato di essere una femminista convinta e che il video è una forma di protesta da parte delle donne che si sentono in gabbia. Ma è possibile che il mercato delle canzoni pop che presenta una grande quantità di video che alludono al porno, voglia far passare ciò come parte di una rivolta femminista?

giovedì 1 ottobre 2009

Report mercoledi 30

Salve care,


L'incontro di mercoledi è servito a fare il punto della situazione. Ripartendo dal report scritto l'ultima volta da Elisa abbiamo affrontato varie questioni:


- Glossario: a che punto siamo? l'organizzazione della staffetta ha sottratto tempo all'elaborazione del glossario, interrompendo un po' bruscamente la presentazione dei nostri oggetti; dobbiamo riprendere le fila del discorso, riflettendo su ciò che già si è fatto. Lola e Mandana si preoccuperanno a tale proposito di definire lo "stato dei lavori", elaborando una sorta di bilancio. Già dalla prossima settimana, potremmo decidere quando ricominciare e stabilire l'ordine di intervento di chi ancora non ha fatto la presentazione.


- Ruolo del gruppo: la riflessione sul ruolo esercitato dal nostro gruppo è ancora aperta e piuttosto complessa, poichè investe due dimensioni, a mio parere, diverse: la prima, che potremmo definire interna, si concentra ancora una volta sulle modalità di partecipazione al gruppo e risponde alle domande che Mandana più volte si pone e ci pone:"Chi siamo?", "Qual'è il nostro modo di stare dentro al gruppo?". La questione è interna perchè ritornano sul tavolo dei nodi già affrontati, ma forse, non per tutte sciolti, direttamente connessi al modo personale attraverso cui ognuna di noi definisce la propria partecipazione e quindi il proprio impegno: i temi sono ancora una volta quelli del dover fare, della responsabilità, della libertà. E' necessario a questo punto un riposizionamento? il gruppo sente ancora la necessità di affrontare questi temi?


L'altra dimensione invece, investe il ruolo del gruppo e il suo rapporto con l'esterno. L'esperienza della staffetta, ci ha permesso di stringere, anche se con dei limiti, una serie di relazioni con altre realtà; la rete di associazioni che si è costituita per l'evento ha reso possibile un primo tentativo di coordinare nel territorio forze eterogenee per percorso, storia, modalità partecipative, allargando i confini della nostra azione. Se molte di noi sentono ancora la necessità di arricchire le basi teoriche, puntando sul ruolo di riflessione ed elaborazione del gruppo, è altrettanto urgente capire la nostra incidenza pratica sul mondo e quindi il ruolo politico che ne deriva. Dovremmo affrontare la questione fondamentale lanciata da Elisa sulla possibilità di costituirci come soggetto politico, capace di produrre proprie istanze e di iniziare un percorso attivo di collaborazione con altre realtà. Questione non da poco, fondamentale, che richiederà di sicuro tempo e calma per essere elaborata.


- Prossime Iniziative: Lola ci ha descritto il progetto, a cui già da un anno ricercatori italiani e spagnoli stanno lavorando, sui tempi del lavoro femminile; il progetto affronta gli aspetti tecnico-giuridici, ma anche quelli più strettamente politici, connessi alla comparazione tra i due diversi sistemi: quello spagnolo e quello italiano. Grazie a questo progetto di ricerca, Lola è entrata in contatto con le Donne della Libreria di Milano e con il Circolo della Rosa; sono proprio le componenti di questo circolo ad aver scritto "il Manifesto sul lavoro", un foglio dove si riflette sul rapporto tra donne e lavoro, attraverso l'utilizzo di una narrazione alternativa (i temi sono molti, la maternità, la crisi economica,etc..); la lente usata è quella del femminismo della differenza. Riporto la frase che apre il manifesto: "un manifesto del lavoro delle donne e degli uomini, scritto da donne e rivolto a tutte e tutti, perchè il discorso della parità fa acqua da tutte le parti e il femminismo non ci basta più" . Per il 24 Ottobre il circolo ha organizzato, grazie al sostegno di una rete di associazioni, una giornata dedicata alla lettura del manifesto, che si svolgerà in più parti d'Italia. Il punto è questo: il nostro gruppo intende partecipare? Con quali modalità?Le presenti hanno aderito con entusiasmo, però ovviamente occorre discuterne insieme.

Altro incontro da segnalare: Il 17 Ottobre con il patrocinio del Cesvot alle ore 16 nelle Stanze della Memoria, in via Malavolti (Si) ci sarà la presentazione del libro di testimonianze su Mara Meoni "Una compagna. Mara Meoni, un ritratto politico collettivo". Intervengono le curatrici del libro, Silvia Folchi e Laura Mattei e l'onorevole Marisa Rodano.


- Questionari: altro punto dolente...cosa facciamo con i questionari? dopo tutto il nostro lavoro sarebbe terribile non provare almeno ad elaborare i dati raccolti. Se non sbaglio, Pina si era offerta di far parte del gruppo futuro, se mai ci sarà, "elaborazione dati".




sabato 12 settembre 2009

Gli uomini non comprendono.

Il 9 settembre è stata la giornata mondiale della violenza contro la donna e in questi giorni mi sono ritrovata a parlare con alcuni miei amici maschi su questo argomento e le cose che mi sono state dette sono davvero allucinanti!La frase ricorrente è stata "Bè molte donne se la cercano e e alcune si meritano questo trattamento" oppure "Voi donne provocate" Risposte da mettersi le mani tra i capelli. Allora io pazientemente cercavo di spiegare, gli parlavo di violenza di genere, gli dicevo, riportando dati istat, che la maggior parte delle violenze avvengono tra le mura domestiche e loro mi rispondevano o "ma la televisione dice altro" o "i dati istat sono falsi" Ma come falsi???Con qualcuno sono scesa più in profondità e ho parlato della paura di noi donne di essere violate. La risposta? "Bè perchè se qualcuno mi mette un coltello alla gola non è la stessa cosa?"NO!Quella è paura di morire, diverso dal nostro tipo di paura.E quando magari parli di crisi della maschilità, sottolineando che la violenza non è sintomo di forza bensì di debolezza da parte dell'uomo che ha paura della forte indipendenza acquistata dalla donna la risposta è "Non è vero" però poi ti senti dire "Le donne in carriera abbandonano la famiglia e rovinano il mondo", "La donna guadagna spesso più dell'uomo e non va bene" e questa non è paura della donna??? Vi assicuro che queste sono risposte che mi sono state date da ragazzi giovani tra i 20 e i 27 anni e a voglia a perdere tempo e a spiegare NON COMPRENDONO o comunque NON VOGLIONO COMPRENDERE. Mi hanno pure dato della femminista estremista,qualcuno mi ha anche detto "Visto che ci sei perchè non vai a bruciare il reggiseno come facevano le tue compagne nel 1968?". Qualcuno mi ha pure dato della comunista. Mi viene da ridere ma è un riso amaro perchè tutto ciò mi fa capire che siamo un paese regredito e poi vogliamo andare a fare i liberali nei paesi arabi per far togliere il burka alle donne o concederle più libertà quando da noi è questo il pensiero che gli uomini hanno delle donne?IPOCRITI!

giovedì 13 agosto 2009

il noi al femminile

La rivoluzione interrotta delle donne
di Lidia Ravera

Ho provato una vera gioia, leggendo la «conversazione» con Nadia Urbinati, ieri, su questo giornale. Quando dice: «c’è, da parte delle persone attorno a noi, una specie di accettazione. Il senso dell’inutilità collettiva». Ho pensato: ha messo, come si dice, “il dito nella piaga”. E mai frase idiomatica fu più opportuna. Qui si parla proprio di piaghe: indicarle è necessario, anche se sarebbe più elegante voltarsi dall’altra parte. Toccarle fa male. Ma attraverso il dolore, passa l’unica speranza di guarigione.

Dunque diciamolo: è morta la dimensione collettiva. Il “noi” che rafforzava i tanti “io” di cui era composto, latita. Era onnipresente, la prima persona plurale. Ora è scomparsa. Non è mai stata facile da declinare: includere l’Ego degli altri, sistemarlo accanto al proprio, non è mai naturale, tocca smussare angoli, reprimere individualismi, concedere generalizzazioni, perdere qualcosa di sè. Però si può fare, anzi: si deve.
E questo è il resto.
Soltanto una massa di “io” ordinati in un “noi”, che li sovrasta e li protegge e li rappresenta, nel corso della storia, ha saputo abolire lo schiavismo, difendere il lavoro, conquistare diritti uguali per tutti, combattere il fascismo. L’individuo, da solo, può regalare all’umanità soltanto il godimento dell’arte. È necessaria, l’arte, ma non è sufficiente. Non oggi e non qui, in Italia.

Ha ragione la Urbinati quando dice: «Quel che fa questo governo non è ridicolo...è tragico». È tragico usare la paura e la fragilità psichica dei cittadini, aggravate entrambe dalla crisi economica, per disegnare una società che esclude e divide, che radicalizza le differenze e governa col ricatto milioni di solitudini. Poco più di metà degli italiani ha votato qualche anno di fiducia all’attuale Premier e alla sua “weltanschaung”. Poco meno di metà degli italiani ha cercato, votando il centrosinistra, di segnalare il proprio “no”.

Si tratta di milioni di donne e di uomini, dispersi e quindi condannati alla dimensione privata del dissenso:. il lamento. Per le donne è una sorta di revival: ve la ricordate la rivolta “da camera” delle nostre madri? Erano donne che avevano vissuto la giovinezza a cavallo della seconda guerra mondiale e che, nell’Italia in rapido sviluppo degli anni sessanta, impigliate nel codice antico dell’esistenza vicaria, stavano maturando un disagio crescente per i ristretti ambiti delle loro vite. Che cosa facevano, mentre le loro figlie scendevano in piazza bruciando le icone della femminilità tradizionale? Si lamentavano. Opponevano un fiero cattivo umore ad un destino che vivevano come immutabile. Era il canto della loro sconfitta, il lamento.

Ci dava ai nervi. Giurammo che noi no, noi non ci saremmo sacrificate. Giurammo che avremmo imposto nuove regole, saremmo state parte attiva, a letto, al lavoro, in casa, in piazza. Lì per lì ci illudemmo di aver vinto. Non era così. La rivoluzione delle donne non è stata né vinta né persa. È stata interrotta.

Interrompere una rivoluzione è pericoloso: non riesci a imporre nuove valori, a radicarli, a estenderli a tutti, come quando vinci. Non vieni travolto dalla restaurazione del vecchio, come quando perdi. Quando lasci una rivoluzione a metà la restaurazione è lenta e strisciante. Incominciano a bombardarti con l’icona della “ragazza tette grandi/ cervello piccolo”, non ci fai caso. Occupa i teleschermi (anche quelli del servizio pubblico) per vent’anni. Spegni la televisione. Diventa protagonista della scena pubblica, corpo in vendita, carriera, oggetto di scambio, trastullo stipendiato di un modello di maschio potente/impotente che era già vecchio quando eri ancora giovane. Ti scansi, spegni l’audio, non vuoi sentire.

Finché ti accorgi che, nel silenzio/assenso generale, si è tornati indietro. Come prima e peggio di prima. Devi di nuovo essere complemento, protesi, utensile del piacere. Madre se proprio ti va, come lato B della carriera. A tua figlia regalerai “Miss Bimbo”, il gioco elettronico che insegna a diventare Velina, Escort o moglie di miliardario. Sei di nuovo povera.

Possiedi, come anticamente i proletari, soltanto il tuo corpo e quello devi far fruttare. E sbrigati: hai meno di 20 anni di tempo. Qualcuno dice che qualche ragazza ha trovato, per lo più all’estero, riconoscimento ai suoi talenti. Qualcun altro rimprovera “le femministe”, queste ormai mansuete streghe in prepensionamento, di tacere. Ma non è vero.

Tutte noi, noi poche, abbiamo, in questi anni, parlato. Sole davanti allo schermo dei nostri computer, come si usa oggi. Abbiamo confezionato tristi arringhe, abbiamo segnalato, puntuali come Cassandre, rischi e degenerazioni. Non è successo niente. Le parole delle donne non pesano un grammo. Per questo bisogna ricominciare daccapo. Portare i nostri corpi in piazza, occupare spazio, farci vedere, farci sentire. Contarci, per ricominciare a contare.
13 agosto 2009

martedì 21 luglio 2009

Alle donne di 'Presenti,differenti'

[...] Per secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell'uomo ingrandite fino a due volte le loro dimensioni normali. Senza quel potere la terra forse sarebbe ancora tutta giungla e paludi.Le glorie di tutte le nostre guerre sarebbro sconosciute.
[...]gli specchi sono indispensabili a ogni azione violenta ed eroica. E' questa la ragione per la quale sia Napoleone che Mussolini insistono con tanta enfasi sulla inferiorità delle donne. perchè se questo non fossero inferiori, verrebbe meno la loro capacità di ingrandire. [...] se la donna comincia a dire la verità, la figura si rimpicciolisce; la capacità maschile di adattarsi alla vita viene sminuita. Come farebbe lui a continuare a esprimere giudizi, a civilizzare indigeni a promulgare leggi,a scrivere libri, a vestirsi elegante e pronunciare discorsi nei banchetti, se non fosse più in grado di vedere se stesso, a banchetti, se non fosse più in grado di vedere se stesso, a colazione e a cena, ingrandito almeno due volte la sua stessa taglia?
V.Woolfe, 'Una stanza tutta per sè'
Buone Vacanze!

mercoledì 8 luglio 2009

STAFFETTA-CONTO ALLA ROVESCIA

Ciao a tutte!
Nella scorsa riunione ci siamo messe d'accordo di incontrarci in Facoltà verso le 17.30 per avviarci tutte insieme verso Piazza Tolomei, dove l'assembramento è alle 18.00. Direi di fermarci nel chiostro, e di aspettare solo un quarto d'ora. Le altre ci raggiungeranno in Piazza.
Ho comprato quattro bandiere dell'UDI: tre sono a disposizione di chi le vuole.
Ricordatevi di portare strumenti caciaroni-tamburelli, nacchere, coperchi- per accogliere l'anfora e per farci sentire!!!
Un "in bocca al lupo" collettivo
a stasera
Pina

martedì 7 luglio 2009

giovedì 2 luglio 2009

Oggetto Teresa - report 1 Luglio

La porta dell’aula M era semiaperta. Dentro c’erano Mandana e Teresa. Mandana ci ha spiegato come sarà l’incontro sul suo libro L’Iran che conoscevo io il prossimo martedì, 7 luglio, alle 17.30 alla libreria Becarelli. Dopo un po’ sono arrivate anche Veronica e Pina e ognuna ci ha aggiornato su temi diversi. Insieme a Pina abbiamo ricontrollato quello che c’è ancora da fare per l’imminente organizzazione della staffetta. Veronica ci ha parlato con evidente entusiasmo di Carla Lonzi e del suo libro Vai pure, del quale ci leggeva alcuni passaggi molto interessanti sul rapporto con suo marito prima di lasciarsi. Dalla lettura delle sue riflessioni siamo passate alle nostre sul rapporto di coppia, la fedeltà, la sessualità femminile, le rinunce delle donne degli anni 70 nello scardinare un modello patriarcale di femminilità e di quanto siamo fortunate oggi che grazie a loro abbiamo capito anche questo…. è stato proprio su questa frase che Teresa ha detto: “fortunate? no, per me non è stato così semplice”…..

Oggetto di Teresa: il coraggioso racconto della parabola della libertà femminile

Sono tre gli oggetti che porta: due libri e una cassetta. Il primo libro è scritto da Tahar Ben Jelloun, Creatura di sabbia, e racconta come “in un paese senza etá, che è anche il Marocco di oggi, nasce dopo sette sorelle Mohamed Ahmed. Nasce femmina, ma per volere del padre, che non vuole disperdere il patrimonio accumulato, crescerà maschio a dispetto del suo corpo, e dovrá reggere la casa e la servitù, essendo riconosciuta da tutti come nuovo capofamiglia”. Attraverso queste parole, Teresa ci riporta alla sua infanzia e adolescenza calabrese dove, nel non voler identificarsi con i modelli femminili di stampo tradizionale circondanti, aveva scelto un’identità neutra, maschile. I suoi amici, tutti maschi, e il rapporto con un padre tollerante funzionano come via d’uscita dalle imposizioni sociali alle donne in quanto tali: giochi, orari di rientro a casa, vestiti… Tutto ciò e soprattutto un forte, ma credo anche doloroso, fastidio nei confronti delle donne che le subiscono in silenzio, la porterá a un non meno doloroso rifiuto di un’identità e di un corpo. A un certo punto, è lo stesso corpo rifiutato che le ricorda, che le urla, che in qualche modo bisogna tornare da quel luogo del non-essere. Sono gli altri due oggetti che l’aiutano in questo cammino. Il primo è un libretto intitolato Tutto quello che gli uomini sanno delle donne dove non c’è scritto nulla. Ci sono delle pagine in bianco. Questa scoperta la rassicura nel suo appena iniziato percorso che verrá ulteriormente confermato dal rapporto con due donne femministe molto legate a lei e del quale la raccolta di “canti di donne in lotta” ne è un bellissimo testimone.
Ecco un assaggio:



In questo suo riappropriarsi di un’identità “rubata” come quella di Ahmed, troverà delle grosse difficoltà e contraddizioni, declinate a volte come emulazione dell’ordine patriarcale, ancora una volta, altre come emersione di un corpo tutto al femminile, espressione della sua identità e libertà. Il suo corpo di donna e la sua differenza femminile non saranno sempre facilmente capite dalle altre donne con le quali aveva condiviso i canti e le lotte verso la sua libertà femminile…. era ora lei -si chiedeva davanti a noi- a svegliare la stessa incomprensione che si trova alla base del suo allontanamento dal soggetto femminile? La parabola della libertà femminile.

Grazie, Teresa, del coraggioso racconto che mi ha restituito una parte della mia esperienza.

martedì 30 giugno 2009

sabato 27 giugno 2009

Report del 24 Giugno

Presenti: Michela, Pina, Lola, Elisa, Adelaide, Mandana, Teresa, Sonia.


- Nella prima ora ci siamo dedicate alla parte logistica: Michela ha portato le locandine e le brochure della staffetta (davvero belle!!) che sono state divise tra le presenti. Dopo vari scambi e riconteggi, finalmente siamo riuscite a individuare i punti di distribuzione (biblioteche, facoltà, librerie, mense, bar.....) e la quantità di materiale da destinare a ciascun luogo. La staffetta è vicina, quindi abbiamo deciso di non perdere tempo e cominciare subito con l'attacchinaggio selvaggio!


- Teresa ha riportato al gruppo, la proposta lanciata dalle donne del Mara Meoni, di partecipare all'incontro che ci sarà, probabilmente in autunno, con la scrittrice Luisa Muraro, in occasione della presentazione del libro "il mercato della felicità". A parte Michela (che era stata individuata dal Mara Meoni, come possibile interlocutrice), nessuna delle presenti, ha letto il libro. Il fulcro del testo (che emerge anche dal titolo) è il rapporto delle donne contemporanee con un mercato del lavoro sempre più flessibile e precario, che tuttavia riesce, proprio per le sue caratteristiche, a rappresentare una nuova possibilità di emersione e dunque affermazione femminile (aiuto!!!). Ovviamente, tra di noi, questa posizione ha incontrato forti critiche; in ogni caso, sarà necessario (e il gruppo si è trovato d'accordo) leggere il libro, discuterne i contenuti insieme e poi decidere se e con quali modalità eventualmente partecipare all'incontro.


- Durante la seconda ora siamo tornate a confrontarci sui momenti di attrito che negli ultimi periodi il gruppo ha vissuto. E' stata una riflessione importante, che ha spostato il focus, da una dimensione puramente personale, ad una, a mio avviso, di gran lunga più utile e costruttiva, che ha aperto varie questioni, sulle quali evidentemente, abbiamo ancora bisogno di discutere: qual'è il ruolo del nostro gruppo? cosa ci aspettiamo adesso dal gruppo e cosa ci aspettavamo quando abbiamo deciso di prendervi parte?

Mandana apre la riflessione, denunciando quella che lei (se non ho capito male) percepisce come una sorta di superficialità nei rapporti interni al gruppo; superficialità che si traduce in una non condivisione delle esperienze personali e delle attività che sono portate avanti singolarmente (nel caso specifico l'organizzazione del ciclo di proiezioni). Mandana si chiede quale ruolo giochi tra di noi la solidarietà, e di li a poco emerge, uno dei nodi, forse il più importante, ancora da sciogliere: quello della fiducia. Mandana ammette di non fidarsi pienamente del gruppo, per la presenza di un background negativo legato ad alcune esperienze di esclusione, vissute in passato. Esperienze, che l'hanno portata a maturare una specie di diffidenza a priori nei confronti dell'attività di gruppi di questo tipo.

Probabilmente, alla parola fiducia, ognuna delle presenti si è interrogata sulle proprie aspettative, sui dubbi iniziali e sulle modalità individuali di partecipazione: Adelaide, ad esempio , ha espresso la voglia e l 'entusiasmo di stare nel gruppo, ma l'incapacità di parlare delle proprie esperienze personali. Una questione già emersa qualche tempo fa, che conferma ancora una volta i punti di forza del nostro gruppo: l'eterogeneità delle modalità di partecipazione/condivisione, la soggettività di ognuna di noi e la presenza di percorsi individuali di riflessione e analisi che devono assolutamente essere rispettati e mai forzati.

A cosa serve allora il gruppo? è questa la domanda che più volte Pina e Michela rivolgono a Mandana, sollecitando una riflessione sul nostro modo di stare insieme. E' la frase usata da Monica nel suo ultimo report ("questo non è un gruppo di autoaiuto") a ridefinire ancora una volta i contorni della discussione.

Il gruppo accoglie (Pina), il gruppo si confronta con modalità diverse sul tema dell'identità di genere all'interno dell'ambito universitario (Michela), il fine del gruppo non è l'accoglimento della storia personale di chi vi partecipa (Elisa). Ed è proprio Elisa a rimarcare, quello che forse, per molte di noi, era già stato interiorizzato nel corso di questi mesi: nel gruppo i singoli bisogni devono trovare spazio, ma questo non può in alcun modo spezzare il flusso e il ritmo di una comunicazione basata su "norme" tacite ma condivise ormai da tutte (rispetto dei turni di parola, abbandono di modalità individuali di partecipazione che spostano di continuo il focus, emersione di atteggiamenti vittimistici che riportano sul piano personale questioni generali, uso di un linguaggio allusivo).

Più o meno a questo punto, me ne sono andata....per cui chiedo gentilmente a Pina di finire il report...grazie!!!
Quasi dimenticavo, sarebbe utile segnalare chi ci sarà al prossimo incontro, perchè a quanto pare alcune non potranno esserci. Io vi posso già dire che purtroppo non ce la farò a venire!

Un bacio a tutte