lunedì 27 dicembre 2010

Felice 2011 a tutte le donne del mondo




















Questa volta lasciami
essere felice,
non è successo nulla a nessuno
non sono in nessun luogo,
semplicemente
sono felice
nei quattro angoli
del cuore, camminando,
dormendo o scrivendo.
Che posso farci, sono
felice,
sono più innumerabile
dell'erba
nelle praterie,
sento la pelle come un albero rugoso,
di sotto l'acqua,
sopra gli uccelli,
il mare come un anello
intorno a me,
fatta di pane e pietra la terra
l'aria canta come una chitarra
Pablo Neruda

http://www.youtube.com/watch?v=IEW6wM7b85o

martedì 14 dicembre 2010

Itinerari Femminili nelle arti tra Rinascimento e Barrocco

Itinerari Femminili nelle arti tra Rinascimento e Barrocco.
Da propezia de'Rossi a Rosalba Carriera.
Bernardina Sani- Università di Siena
Mercoledi 15 dicembre 2010 ore 17.00
Sala storica - Biblioteca Comunale degli Intronati
Via Sapienza 3 - Siena

mercoledì 1 dicembre 2010

La voce delle donne iraniane

Oriana Fallaci e la prigione ‘non standard’

Ho 57 anni e da 48 anni lavoro nell’ambito del giornalismo. Da bambina facevo lo “speaker” alla radio. A 16 anni scrivevo il giornale della scuola; allora conoscevo già la mia vera vocazione: diventare la Oriana Fallaci dell’Iran.

Questo non era solo un mero desiderio, era una decisione presa dopo lunga ponderazione. Mi sono iscritta alla Facoltà di Giornalismo. Ho lavorato duro, non ho avuto paura, mi sono trovata nel mezzo di eventi; era il periodo in cui ancora il regime di Pahlavi era al potere. Ero libera di poter scrivere le confidenze della gente. Durante la rivoluzione ho viaggiato per i 4 angoli del mio Paese per raccogliere notizie. Sono partita per Parigi per intervistare l’Ayatollah Khomeini. Ero preoccupata per il destino del mio paese , gli chiesi se lui sostituiva un regime dittatoriale laico con un regime teocratico e mi rispose di no! Ma il futuro aveva deciso un destino diverso per noi iraniani.

Qualche mese dopo il ritorno in Iran dell’Ayatollah Khomeini, hanno cominciato a chiudere i giornali liberali e noi “giornalisti” siamo stati mandati a casa! Un anno dopo mio marito è finito in carcere per poco più di sei anni. In quelle stesse prigioni che il signor Khomeini aveva promesso di chiudere e far diventare università. Mio marito, prigioniero della repubblica islamica, sotto tortura ha confessato di essere una “spia dell’occidente” e di aver cospirato per un colpo di stato contro la repubblica islamica. Una tortura subita dal mio marito consisteva nel dover abbaiare invece che parlare perché gli agenti lo trattavano come se fosse un cane! Un cane che tutti giorni per la punizione doveva vedere i suoi compagni di cella stesi vivi in una bara chiusa . In quei giorni nessuno si preoccupava delle prigioni e dei prigionieri. Non c’erano riunioni dei congiunti e le madri piangevano i propri figli dentro casa.

Io, come giornalista , ho scelto di rimanere in anonimato. Un profondo “non essere”. Dovevamo morire oppure non farci più vedere. Una circostanza che è durata per anni. Ma, nonostante tutto, Oriana ormai aveva messo radici in un angolo del mio cuore. Mi ricordava sempre la speranza che un giorno avrei raccontato “La vita e niente altro”.

Arriviamo al 25 maggio. La Oriana Fallaci che era in me è venuta fuori con gli eventi. Di nuovo ero una giornalista. Un nuovo respiro. Esistevo ancora una volta. Mi sentivo Buona! Avevo dimenticato il velo obbligatorio in testa! Il mio paese prendeva respiro. Continuava la catena di omicidi , ma c’era un’inspiegabile speranza.

E’ stato un breve periodo… mi sono ritrovata nell’ufficio del procuratore dello stato. Rispondevo all’interrogatorio.
Mi avevano avvolto in un velo nero che odorava di rabbia , di odio, di dittatura e di carcere.
Mi dicevano “Chi ti ha pagato per scrivere? Sei una spia dello Shah e dell’Occidente”.
Sotto il velo piangevo di nascosto. Ma la voce coraggiosa di Oriana Fallaci usciva dalla mia bocca: “ Io sono una giornalista . Non sono una spia. Io amo il mio Paese e sempre sarà così”.
Il giudice non mi vedeva, non mi ascoltava, parlava al telefono e decideva il destino di tanti altri come me in carcere. “ Sei una spia , una venduta agli agenti stranieri, una puttana”.
Poco dopo in uno dei tunnel sotterranei della prigione Kahrizak, di fronte ad un uomo grasso e insignificante, che teneva sempre i pugni chiusi, dovevo rispondere a domande assurde come “Quale è il vostro piano di “aggressione culturale?”, “Quali paesi sono coinvolti nella rivoluzione contro la cultura islamica?”.
Mi hanno proibito di fare la giornalista e subito dopo mi hanno tolto anche il lavoro come speaker alla radio. Hanno invaso la mia casa e mi hanno sequestrato tutto, compresi 7.000 libri che erano il frutto di anni di studio miei e di mio marito. .
E cosi un giorno mi sono ritrovata all’aeroporto di Orly a Parigi. Ero una esiliata. Una tra mille individui senza nome e storia. Ero precipitata nel mezzo di una società estranea senza un lavoro, senza un futuro. La Oriana, che era dentro di me per darmi coraggio, era molto triste. La vera Oriana, famosissima nel mondo, scriveva dal letto ammalata, mentre io e la mia Oriana cercavamo un lavoro ai “Mc Donald’s” per sopravvivere.

A quei tempi Oriana Fallaci era malata di cancro ma in realtà chi stava morendo ero io, dentro di me. Una morte ingiusta che non volevo accettare affatto. E cosi un’altra volta mi sono rivolta alla mia Oriana che vagabondava dentro di me per trovare il coraggio per rialzarmi.
Con l’aiuto di mio marito e dei nostri amici, che vivevano lo stesso destino, abbiamo messo su un giornale elettronico “Ruz online”. La mia penna ha trovato di nuovo un lavoro e io ho scritto, ho scritto, …senza fermarmi e il giornale ha avuto un gran successo. Da una piccola cittadina sono riuscita ad intervistare l’Ayatollah Montazeri ed a lavorare insieme ad Ahmad Batbi. Di nuovo la mia Oriana ha cominciato a sorridere. No , noi non ci arrendiamo. L’Iran è la nostra Patria , è la nostra casa, è nostro diritto riconquistarla.

Era di nuovo tempo di elezione (ndr: elezioni giugno 2009), si votava di nuovo e di nuovo si sperava di avere una patria libera. Osservavo da lontano i giovani del mio Paese che si avvolgevano in una stoffa di colore verde e gridavano Libertà. Guardare i miei connazionali da lontano era penoso ma comunque mi dava speranza ed energia per andare avanti. Nel mio diario di quei giorni scrivevo “ Io ritorno nel mio Paese . Il mio Iran verde, il mio Iran libero”.
Niente da fare. Un nanetto, un bugiardo con un riso stupido ha vinto le elezioni . Noi siamo andati per strada in silenzio e con i nastri verdi. Abbiamo gridato “Dove è il mio voto?”, ci davamo coraggio, “Noi non abbiamo paura , noi siamo uniti!”

La risposta alla nostra protesta sono state le pallottole, le pallottole che miravano alla testa e al cuore. Di nuovo cominciavamo a morire e continuiamo a morire tutti giorni nello sguardo insanguinato di Neda , nel cuore pieno di sangue di Sohrab….nel pianto di Said Hajarian, nel corpo ferito e umiliato di centinaia di studenti del nostro Paese che sono stati attaccati nel sonno nei dormitori dell’università e che portati nei sotterranei del Ministero degli Interni venivano maltrattati e disidratati;, e questa “morte” continua tutti giorni.
In questi ultimi tempi il signor Khamenei, il leader religioso degli sciiti, ha ordinato di chiudere un carcere non perché non debbano esistere ma perché non rientrava nello standard di efficienza! Questa è la risposta a tante madri che hanno perso i loro figli all’interno delle carceri del regime?

No, Signore! L’unica cosa che calmerà i nostri cuori addolorati è chiudere tutte le carceri. Coloro che hanno costretto i nostri figli a pulire i gabinetti con la lingua devono essere condannati. I responsabili delle torture e delle uccisioni dei nostri figli devono essere puniti per dare una risposta a genitori come il padre di Amir Javadifar la cui morte ha portato all’estremo della depressione e della malinconia.

No, Signore! Non ci siamo! Noi rimaniamo, finchè rimarrete voi! Rimaniamo finchè rimarrete, Ahmadinejad , Mortasavi e Haddad e i vostri uomini fantocci. Non abbiamo sofferto così tanto perché possiate pensare di aver risolto il problema chiudendo la Guantanama Islamica! La nostra rabbia va ben oltre un piccolo gesto da parte vostra!

Si, la vera Oriana Fallaci è morta! Il suo corpo è stato sepolto nel suo Paese con il massimo di rispetto. Io con la Oriana che è dentro di me siamo vive e continuiamo a scrivere e a gridare in una piccola cittadina francese piena di emigranti come me. E tutti i giorni moriamo e rinasciamo insieme ai nostri connazionali che sacrificano la loro vita nella madre patria. Noi continuiamo a scrivere, gridare, piangere, noi resistiamo!
Una mia affezionata lettrice una volta mi ha scritto che molte donne europee e americane vogliono essere Nooshabeh Amiri . Cristian Amanpour aveva detto “ Magari fossi Nooshabeh Amiri”.

E io piango per quella Nooshabeh Amiri che nel suo Paese è stata chiamata spia e puttana; per quella giovane donna che voleva soltanto morire nel suo Paese. Invece oggi sento solo da lontano le notizie dell’assassinio di giovani connazionali che volevano semplicemente un pugno di libertà e rispetto e magari un giorno diventare qualcuno come Oriana Fallaci.
Oggi la Oriana che sta dentro di me mi ribadisce “ Noi un giorno recupereremo il nostro Paese. Noi un giorno canteremo l’inno della libertà . Noi moriremo nel nostro Paese con rispetto. Noi un giorno insieme ai giovani del nostro Paese canteremo l’inno della rinascita. E coloro, che hanno ridotto il nostro Paese allo stato attuale, da dietro i muri alti delle carceri ‘non standard’ ascolteranno il nostro inno alla libertà”.


30 luglio 2009

Nooshabeh Amiri

martedì 23 novembre 2010

GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

LA VIOLENZA E

LA MEMORIA

Proiezione del film

“ Un processo per stupro”

di L. Rotondo 1979

Intervengono :

Alessia Dro - Gruppo Presenti , Differenti

Albalisa Sampieri - Atelier Vantaggio Donna

Carlo Saracini - Avvocato

Seguiranno contributi

a cura del Gruppo Presenti, Differenti

Introduce e coordina: Pina Sangiovanni

Mercoledì 24 novembre 2010 - ore 16:00

Aula H Facoltà di Lettere e Filosofia

via Roma 47

domenica 14 novembre 2010

Nuove proposte

Le nuove leve del gruppo cambiano brillantemente i nostri programmi per La Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne: Alessia propone di ripercorrere un’esperienza vissuta al liceo in Sardegna: quella di proiettare il film-documentario “Processo per stupro” andato in onda sulla RAI nel 1979. La sua idea mi emoziona: ci dà la possibilità di confrontarci con le ‘femministe storiche’ senesi su un avvenimento che ha visto mobilitarsi in modo deciso il collettivo femminista in quegli anni e che ha spaccato in due la città: il processo per la violenza sessuale subita da una sedicenne da parte di nove ragazzi appartenenti alla ‘Siena bene’ in cui intervenne l’avvocata Tina Lagostena Bassi.
Trasmissione di memoria viva, approccio giuridico che narri l’evoluzione legislativa, riflessione sui cambiamenti e sulle sopravvivenze socio-culturali.

Alessia e Letizia, che sono nel gruppo da poco, mostrano molto interesse per un lavoro che avevamo prodotto due anni fa, e che poi avevamo lasciato in sospeso: il questionario ... fonte di svelamento di identità...
Alessia mostra una certa preoccupazione per una tendenza che vede molto frequente tra le donne: quella di omologarsi al maschile. Nei testi che sta consultando per il suo lavoro di tesi e che parlano dei processi di acquisizione/trasmissione identitaria, Letizia vede un non-senso e ci espone la sua tesi molto interessante che “l’identità non si forma ... e che con un’identità non formata, non stabile, si sia più suscettibili all’omologazione”.
Entrambe vogliono lavorare sui questionari e propongono di ripresentarli nelle aule. Mercoledi prossimo ci diranno come vogliono organizzarsi. Metterò a loro disposizione anche i questionari che avevamo testato tra di noi e coi i nostri amici.

Abbiamo stabilito anche due date per la presentazione dell’oggetto: Letizia lo farà il 1 dicembre Giulia il 15.

Vi aggiornerò domani mattina per email sullo stato dei lavori per la giornata del 24 novembre.
Buona serata a tutte

mercoledì 10 novembre 2010

Presentazione oggetto di Claudia 3/11/2010

L’autrice della presentazione ha chiesto di rimanere anonima e, per comodità, la chiamerò Claudia.
La presentazione di Claudia ha per oggetto le sue riflessioni, domande, dubbi sull’identità ed hanno inizio per lei a partire dalla visione del film “Nel corso del tempo” di Wim Wenders, non strettamente relato a questioni di genere ma che in una delle ultime scene mostra uno dei protagonisti, Bruno, che dice “Ho bisogno di una donna ma vorrei anche essere me stesso”.
Claudia non riesce subito a capire il senso della frase e chiede aiuto ad un amico che la interpreta come la paura che ogni uomo ha di perdere la propria identità nella relazione con una donna.
Claudia comincia, allora, a chiedersi perché “l’uomo ha paura della donna” e riconosce nelle donne “il potere di manipolare gli uomini”, trovando conforto in queste sue riflessioni in Pavese in cui ritrova quest’idea della donna “forte mentre l’uomo ha bisogno della donna in cui vede qualcosa che a lui manca”. Altre due letture sono indicate da Claudia come fondamentali nel suo percorso:
Donne che amano troppo di R. Norwood e Menzogna romantica, verità romanzesca di R. Girard.
Claudia ritiene che, sebbene sia vero che in una relazione di coppia sono spesso più “deficitari” gli uomini, sia da considerare un’oggettiva responsabilità delle donne, ovvero:”gli uomini non capiscono ma è sempre colpa loro? Se una trova sempre uno stronzo forse ha qualche problema da risolvere!”. In Donne che amano troppo la N. stabilisce, ci racconta Claudia, una correlazione tra le donne che, appunto, amano troppo e gli uomini “con problemi”, nel senso che se è vero che queste donne si dedicano interamente al loro uomo è anche vero che, così facendo, gli impediscono di crescere e perciò rischiano di trasformare la relazione in una doppia dipendenza: lei dal bisogno di amare e lui dall’amore di lei. Anche Girard indica come menzogna amorosa il rapporto tra il narciso e una donna che ama troppo. “Lei ama il narciso” – ci dice Claudia – “perché è un uomo sicuro e indipendente. In realtà il narciso non ama veramente se stesso perché ha bisogno di trovare conferma negli altri della sua identità. Sia il narciso che la donna che ama troppo sono delle persone insicure. Quando una donna ama troppo non sta amando veramente, il suo è solo bisogno di amare per poter piacere a se stessa”.
Un altro testo entra nel racconto, Donne che corrono coi lupi di C. Pinkola Estès, attraverso cui Claudia ci parla della forza delle donne. “Ogni donna ha la forza di un lupo e quando non riesce ad esprimere la sua natura di donna, soffre”. Donna-lupo o essere di passione (donna /uomo selvaggia), secondo l’espressione di Girard, servono a Claudia per capire che le donne e gli uomini sono più simili di quanto non si creda, “anche gli uomini sono fragili ma non lo esternano. Anche gli uomini sono depressi ma sfogano la depressione nella rabbia e non nella tristezza come fanno le donne”. Di questa rabbia e dell’incapacità degli uomini di esprimere i loro sentimenti Claudia ritiene responsabile la madre e di un rapporto madre/figlio troppo distaccato o eccessivamente protettivo. Rapporto che un uomo tende poi a ricreare, per somiglianza o opposizione, con la sua compagna.
Claudia ritiene che sia compito della donna rendere felice la famiglia perché “una donna che trova se stessa, che acquisisce consapevolezza di sé, è in grado di rendere felice il suo compagno e suo figlio”. “La donna”, ci dice ancora Claudia, “è portatrice di vita e forse per questo tende sempre a vedere un senso nella vita. L’uomo vede questa forza nella donna e ne ha paura. Da questa paura deriva l’aggressività, la violenza. Oggi c’è più violenza perché l’uomo vede ancora più chiaramente che la donna è più forte di lui, è vista come una donna selvaggia”.
Mandana allora le chiede quanto, secondo lei, c’è di culturale e quanto di biologico nella violenza maschile. E Claudia: “anche i maschi giocherebbero con le bambole ma i genitori glielo impediscono per paura che siano presi in giro dagli altri. E anch’io penso che lo impedirei a mio figlio”. Interviene Giulia che, sulla scorta della Luperini(?) concorda che si tratti di un fatto culturale e ritiene “emblematica la figura della madre dei maschi”. Giulia ci parla di uno studio che mostra come le mamme allattino i maschi più a lungo delle figlie femmine a dimostrazione del fatto che, seppur non si dica più apertamente, sono ancora in molti a ritenere che le femmine sono inferiori. Claudia ci invita a non generalizzare perché “non tutti gli uomini hanno il problema dell’aggressività e della violenza. Parliamo di uomini che provengono da famiglie problematiche, e non delle famiglie normali”.
Ma sono proprio le cosiddette famiglie normali il problema, perché, ci dice Michela “tendono a fissare i ruoli e perciò sono più pericolose delle famiglie problematiche” e invita Claudia a considerare che le letture a cui lei fa riferimento sono letture di psicologia comportamentistica che, però, nasce proprio a partire dal modello “normale”. Nessuna famiglia, normale o no, spinge all’autenticità. “Il problema da considerare”, ci dice Michela, “è che l’identità sia ancora legata al dato biologico. Perché la notizia dell’omosessualità di una figlia/o turba così tanto? Perché siamo legati all’aspetto biologico del corpo”.
Claudia: “l’omosessualità è un tabù”.
Michela: “chiediamoci perché, nell’antica Grecia non lo era. È perché il corpo funziona come marchio normalizzante”. Il femminismo della differenza nasce proprio dal superamento di questo modello normalizzante dei ruoli maschili e femminili: da un certo punto in poi le donne hanno avuto accesso al modello maschile (nell’istruzione, nelle professioni…). Michela ci parla del rapporto donne/uomini nella sua generazione come di una relazione travagliata perché mentre per le donne si tratta di un percorso di crescita per gli uomini è una situazione di conflitto. Ma questo non ci rende responsabili nei confronti dell’uomo.
Claudia: “penso alla responsabilità della madre rispetto alla possibilità di autenticità degli uomini”.
Mandana: “qui entra in gioco il concetto di giudizio e pregiudizio, noi viviamo con giudizi e pregiudizi, forse è umano. Il fatto è che ci comportiamo sulla base di questi”.
Michela consiglia la lettura di Vai pure! Di C. Lonzi, una buona riflessione per tutte sull’autenticità.
Claudia: “sia per gli uomini che per le donne è importante sviluppare l’autenticità. Separatamente ognuna/o deve trovare se stessa/o, sviluppare consapevolezza di sé aiuta la donna a stimarsi e anche a superare la violenza”.
Mandana: “quali sono gli strumenti necessari per trovare un’identità autentica, a parte l’istruzione?”
Claudia: “la consapevolezza di sé può nascere quando una donna riesce a trovare uno spazio per sé, è una fase che si può vivere a qualunque età”.
Mandana: “noi donne che abbiamo imparato ad interrogarci dobbiamo aiutare gli uomini che non lo sanno fare”.
Giulia: “anch’io mi sono interrogata sulla sindrome della crocerossina. Non sono sicura che basti uno spazio tutto per sé, mi sembra che dietro a questo ci siano delle radici più profonde. Perché non succede il contrario? Perché un uomo non nega se stesso per una donna? Nelle dinamiche di coppia c’è sempre una parte lesa che si sente addosso la responsabilità dell’altro, perché sempre le donne? Perché non ci prendiamo cura di noi stesse prima di tutto?”.
Claudia: “lo spazio per sé può essere una soluzione nei casi non gravi, la famiglia, la storia personale è importante. Il problema non è l’alcool o la droga, è sempre l’Io. Ci sono uomini che amano troppo e ci sono donne che fanno soffrire gli uomini”.
Giulia: “pensate che mentre un uomo, rimasto vedovo, trova presto una nuova compagna le donne fanno più fatica e si sentono in colpa”…

Il tempo a nostra disposizione, intanto, si è concluso e molti commenti ancora ci sono rimasti strozzati in gola. Ancora un pomeriggio intenso che è valsa la pena per me ripercorrere in questo lunghissimo racconto. Grazie, Claudia.

Report 3 novembre 2010

Presenti all’incontro: Michela, Teresa, Mandana, Giulia, Rita.
Rita ci ha mostrato alcune sue foto di bambole e modelle, molto belle, si potrebbe pensare di utilizzarle in un’iniziativa da pensare durante l’inverno.
L’incontro è proseguito con la presentazione dell’oggetto per il Glossario per cui rimando all’apposita sezione.

martedì 9 novembre 2010

Il peso delle parole

Da venti anni siamo impegnate nella promozione e nella valorizzazione
della ricerca storica sulle donne e le relazioni di genere. Come
studiose, crediamo profondamente nel valore delle parole e delle
immagini, quando sanno comunicare e diffondere idee di libertà, di
uguaglianza, di uscita dal pregiudizio. Conosciamo altresì, e
drammaticamente, il peso enorme che parole e immagini possiedono, quando
veicolano, legittimano, istituzionalizzano, stereotipi discriminatori.
Per questo, ci sentiamo di esprimere tutto il nostro sdegno per le
parole omofobe pronunciate ieri dal Presidente del Consiglio, nonché per
la consueta e degradante immagine delle donne presente implicitamente
nel suo discorso.

Rifiutiamo con forza i tentativi maldestri di giustificare affermazioni
apertamente intolleranti con l'etichetta di "battute". Il ruolo
istituzionale di un Presidente del Consiglio non è compatibile con
l'ironia su questi temi. I meccanismi della costruzione degli
stereotipi, e la violenza che ne consegue, passano anche da qui: dalla
sottovalutazione ironica, dallo scherno, dall'ammiccamento sbeffeggiante
su presunte diversità altrui.

Siamo stanche di risate su questi temi. Siamo indignate perché queste
parole sono cadute come macigni lungo la strada di chi si batte per una
democrazia moderna, che dovrebbe avere uno dei suoi punti cardine
nell'efficace contrasto giuridico, nonché politico-culturale, alle
discriminazioni di genere e di orientamento sessuale. Al Parlamento e al
Governo Italiano chiediamo responsabilità e impegno costante in tale
direzione.

3 Novembre 2010

Società Italiana delle Storiche

(trasmesso da Michela)

lunedì 8 novembre 2010

“RE / SISTERS

Dal 5 al 28 novembre torna a Siena “Leggere è volare 2010”, festa del libro per ragazzi e giovani, giunta all’importante traguardo della XX edizione. Un appuntamento, dunque, consolidatosi nel tempo.
Molti e significativi anche gli incontri su temi sociali come quello dedicato a Donne e resistenza contemporanea, collegato alla mostra fotografica e al libro RE-SISTERS.
In questo ambito, presso la Tendostruttura, il giorno 12 novembre dalle ore 16.30 è previsto
“RE / SISTERS: Incontro con le donne iraniane attiviste dei movimenti per i diritti civili”, a cura dell’Assessorato Pari Opportunità della Provincia di Siena e dell’Istituto Storico della Resistenza Senese. Interverranno Simonetta Pellegrini, Assessore Pari Opportunità, Anna Carli, Presidente dell’Associazione Derek Rocco Barnabei, Parvin Ardalan, Scrittrice e Saggista, promotrice della campagna per un milione di firme, vincitrice del Premio Olaf Palme 2008; Fatemeh Rezaee, sostenitrice Madri di Park Laleh (madri in lutto in Iran); Sabri Najafi, attiva nella lotta per i diritti umani e civili delle donne nella campagna per un milione di firme,collaboratrice di Human Rights International; Leila Karami, Università La Sapienza di Roma (Riflessioni sul femminismo islamico in Iran); Mandan Dahim, scrittrice, Gruppo di Studi di Genere ‘Presenti, Differenti’ Università di Siena.

martedì 2 novembre 2010

Yes I'am feminist

http://www.ilcorpodelledonne.net/?p=997

Carissime, per coloro che hanno difficoltà di vedere il video , ecco il sito in cui potete trovare il video.
Bel report fede !

sabato 30 ottobre 2010

Report 27 ottobre

ODG: presentazione da parte delle nuove arrivate, stesura della presentazione del gruppo da inoltrare per il “Premio giornalistico di Siena”

Presenti: Mandana, Pina, Elisa, Michela, Federica, Giulia, Alessia, Rita, Letizia.

Il pomeriggio inizia con la discussione sul glossario e l’opportunità di presentare gli oggetti da parte delle nuove arrivate. L’oggetto che viene presentato secondo la modalità del partire da sé rappresenta sia uno spunto per l’elaborazione di un glossario che risignifichi alcuni concetti chiave dei nostri percorsi di vita individuali, sia la possibilità di creare un libero circuito di idee tra donne.

Pina ed Elisa spiegano la modalità di condivisione e rielaborazione dei saperi. L’oggetto viene enunciato da una persona e rielaborato da un’altra del gruppo in modo da metterli in relazione e creare uno scambio significativo di saperi.

Alessia e Giulia parlano della loro esperienza e del percorso che le ha avvicinate agli studi di genere. Entrambe, al secondo anno di Filosofia, valorizzano la loro esperienza liceale all’interno della quale hanno iniziato a sviluppare l’interesse verso queste tematiche.

Ai fini di una definizione del gruppo stesso siamo tutte chiamate a pronunciarci sul valore che attribuiamo al gruppo come donne e come collettività.

Rita sottolinea l’importanza dell’oralità come modalità d’azione che nasce dalla trasformazione degli oggetti per il glossario e conduce a una libera circolazione di saperi. Secondo Letizia, il punto focale della propria esperienza femminile, che comincia con la lettura del libro “Dalla parte delle bambine”, ha sede nel rapporto tra desiderio e condizionamento: quanto le nostre azioni “femminilizzate”dipendono da un desiderio autentico di compiere determinati gesti, o quanto sono invece veicolate da una pressione culturale che ci condiziona al loro compimento.

Elisa sposta l’attenzione verso il valore che attribuisce al gruppo, da cui prenderemo spunto per la stesura della presentazione da consegnare al “Premio giornalistico di Siena”. Il gruppo rappresenta una sede di scambio teoretico e di rielaborazione collettiva dell’esperienza. La nascita di Presenti Differenti coincide con l’inizio della crisi dell’Università di Siena, e del crollo del sistema. Il gruppo assume dunque, in corrispondenza agli eventi circostanti, il ruolo di uno “sfogatoio al femminile” all’interno del quale è possibile narrativizzare e riorganizzare l’esperienza in modo da creare una produzione di senso nuova e originale. L’atteggiamento individuale, sostiene Elisa, è quello di portare il proprio vivere sociale e la propria identità all’interno del gruppo secondo una lettura gender oriented.

Per Pina il gruppo ha rappresentato un momento di presa di coscienza, attraverso il quale ha sentito il diritto di considerare la sua parola come atto politico. Lo scambio di gesti, di saperi, e sensazioni condivise diventa dunque una sede per portare avanti un discorso politico. A sostegno di questo suo investimento valoriale ci racconta il momento in cui ha acquisito questa consapevolezza. Durante la conferenza tenutasi in occasione della presentazione del Manifesto del lavoro, era emersa la necessità di trovare un linguaggio alternativo per descrivere la propria esperienza di donne e in questo momento di confronto e scambio, Pina ha percepito l’importanza di mettere in condivisione la propria identità politica.

Michela ci racconta la nascita del gruppo dalla sua esperienza di fondatrice. L’idea nasce in seguito all’uscita del libro “Presenti, differenti” uscito nel… in collaborazione con M. Luisa Boccia. Emerge dopo poco la necessità di procurare uno spazio di discussione all’interno del contesto universitario. Michela sottolinea l’urgenza di riportare, all’interno del contesto universitario, la forza percepita durante il suo percorso nei gruppi di autocoscienza femminili degli anni settanta. Creare cioè un luogo dove seminare parole.

Mandana ci racconta della sua esperienza secondo una diversa prospettiva culturale. All’interno della sua cultura il concetto di femminismo è molto giovane. Il gruppo ha quindi rappresentato per lei una sede di libera espressione attraverso il dialogo e il confronto. Mandana insiste sul concetto di libertà, come a voler sottolineare una sorta di liberazione che avviene attraverso l’espressione condivisa. Condivide con noi la visione di un video trovato sul web (e riportato qui in fondo pagina) “What a feminist look like?”. Nasce un dibattito sulla parola femminismo. Pina mette in luce la reticenza da parte di alcuni suoi interlocutori nel momento in cui si definisce femminista. Elisa interviene parlando del suo video “Se questa è una donna…..” che prende le mosse dall’emblematica frase: “Siamo sicure che del femminismo non ci sia più bisogno?”. Il video, che secondo la modalità dell’accumulazione, ci mette di fronte a una serie di rappresentazioni di corpi femminili (ab)usati dal mercato pubblicitario, ha destato grande interesse, in un momento storico in cui la necessità di dare voce alle donne è sempre più sentita. “I commenti sul video emersi dai vari forum di discussione”, ci dice Elisa, “mi hanno dato l’idea di uno spaccato sulla parola femminismo, ormai stigmatizzata come concetto-parola old fashioned”. E con questa emblematica frase che ricorre in questi dibattiti, si conclude anche il nostro: “ma la parità è stata raggiunta per davvero?”.

Ora abbiamo abbastanza materiale per la stesura della nostra lettera di presentazione al “Premio giornalistico di Siena”: l’ultima mezz’ora la dedichiamo alla scrittura e ci diamo appuntamento a mercoledì prossimo, per l’esposizione dell’oggetto di Rita.

video

martedì 26 ottobre 2010

donne pensanti: tra provocazione e rivendicazione....

Ciao a tutt*,
grazie a un programma mattutino di - incredibile a dirsi! - Michele Mirabella, sono venuta a conoscenza di una nuova associazione al femminile che tratta di tematiche e interessi a noi affini. Cito dal sito:

L’Associazione si basa sui seguenti principi:

  1. contrastare la visione univoca e l’omologazione del femminile, ridando voce alla complessità del reale: vogliamo riportare all’attenzione di tutti il tema della diversità come risorsa;
  2. affermare la responsabilità sociale collettiva di uomini e donne nei confronti della complessità del mondo;
  3. offrire rappresentazioni alternative a quelle egemoni e stereotipate per configurare uno spazio stratificato e ricco di stimoli, una società complessa e in grado di accogliere la molteplicità e di propugnarla come un valore;
  4. fare politica orizzontalmente, dando forma al pensiero attraverso (narr)azioni concrete, per una “democrazia ad alta intensità”;
  5. riappropriarsi della politica come relazione, scambio, confronto.
Insomma vale la pena darci un occhiata...

domenica 24 ottobre 2010

A NOVEMBRE

Report Incontro del 20 ottobre

Continuiamo a lavorare e a discutere per sviluppare il nostro Glossario, fatto di parole e sensazioni, frutti della nuova energia che anima le idee del gruppo.
Ma prima di metterci al lavoro io e Teresa comunichiamo due eventi importanti, organizzati da gruppi femminili della città di Siena. Teresa annuncia la premiazione da parte del comune di Siena di Amiri, giornalista e scrittrice di origine iraniana. La premiazione avrà luogo il 29 novembre in occasione della Festa della Toscana. Mi sfugge il titolo dell’evento e per questo mi scuso con Teresa, che senza dubbio ce lo aveva ribadito. All’interno dello stesso evento e sempre il 29 novembre presso la nostra Facoltà ci sarà la proiezione del film documentario “Green days” di Hana Makhmalbaf , giovane e promettente regista iraniana, che sarà presente.
Un altro evento importante, previsto anche esso in novembre e intitolato RE-SISTERS, è organizzato da Stanza della Memoria, a cura di Laura Mattei. L’evento è incentrato sulle Donne del mondo e la loro lotta per i diritti civili e politici. Ad entrambi gli eventi il nostro gruppo parteciperà attivamente.

Tra l’annuncio di un evento e l’altro, Pina suggerisce la proiezione di un film per il 25 novembre, con la tematica afferente alla giornata, quale è “Contro la violenza sulle donne”. Abbiamo suggerito alcuni film, decideremo più avanti quale proiettare.

Nel frattempo discutiamo anche di un argomento a me caro, quale è “La diversità”.
La discussione nasce dal quesito se è giusto o meno trasmettere i modelli già prestabiliti dei diritti delle donne occidentali alle donne che hanno minor consapevolezza dei propri diritti.
Viene ribadito che i diritti umani, nonostante il pericolo di omologazione, devono avere valenza universale. Per quanto riguardo i diritti civili, invece, devono essere considerate la molteplicità e, allo stesso tempo, la specificità dei diritti. Vale a dire che bisogna individuare modelli che tengano conto della cultura, della tradizione, dei costumi e del credo religioso, salvaguardandone l’identità… perché soltanto attraverso di essa, autentica e consapevole, si consolidano i propri diritti. Il dibattito su un tema tanto complesso è chiaramente aperto.

A questo proposito mi viene in mente una citazione della scrittrice indiana Vandana Shiva:
“ …In questi tempi di “pulizia etnica” (…) mentre monoculture si diffondono nella società e nella natura , riconciliarsi con la diversità diventa un imperativo per la sopravvivenza”.

Abbiamo deciso che per mercoledì 27 ottobre lavoreremo sul glossario con particolare attenzione alle parole “identità” e “corpo”. Abbiamo pensato di supportare il nostro lavoro con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, quali foto, libri, filmati, musica, definizioni, ecc. per spaziare in tutti gli ambiti senza limitare le nostre idee.

Diamo, infine, un benvenuto alle nostre nuove amiche Alessia, Carla e Giulia e un ben tornata a Francesca Balestra.

domenica 17 ottobre 2010

giornata d'aprile in autunno

Il 28 aprile Ginestra, così la chiamo, presenta il suo oggetto.
L’ha scritto. Lo legge con gran velocità. Sostanza che brucia. Il foglio è un appiglio per non perdersi:

"Me from Myself - to banish -
Had I Art -
Invincible My Fortress
Unto All Heart -
But since Myself - assault Me -
How have I peace
Except by subjugating
Consciousness?
And since We're Mutual Monarch
How this be
Except by Abdication -
Me - of Me -? Me da Me stessa - di bandire -
Avessi l'Arte -
Invincibile la Mia Fortezza
Ad ogni Cuore -
Ma poiché Io stessa - assalto Me -
Come aver pace
Se non soggiogando
La consapevolezza?
E poiché siamo Reciproci Monarchi
Come far questo
Se non Abdicando -
Me - da Me -? (E. Dickinson)


Quando Hanna Arendt parlò della sapienza di partire da sé si riferiva a una fatalità, un caso nel destino dell’individuo da cui partire per riconoscere negli eventi di un'esperienza singolare le cifre di un’appartenenza al mondo. Scrive Chiara Zamboni della Diotima: “Si parte dai sentimenti e dalle contraddizioni vissute in prima persona, perché saperle vedere e interpretare è un modo di restituire la verità del mondo al mondo stesso. Da una parte si valorizza molto il vissuto concreto, dall'altra non se ne fa un fatto personale ma un segnale del mondo in cui viviamo”.
Il mio caso, la mia fatalità attraverso la quale ho imparato a leggere la mia presenza nel mondo è il percorso tortuoso di un adolescente “malata”. Interessante è l’interpretazione della stessa Zamboni sulle posizioni di Merleau – Ponty in riferimento alla fedeltà del pensiero al corpo. Il pensiero dunque come qualcosa che è già presente nelle esperienze fatte dal corpo e non si aggiunge a esse: ne è il lato invisibile e avvia ad un processo di espressione e pratica di vita.
Partendo da me dunque, mentre il mio corpo di donna fioriva durante gli anni dell’adolescenza, un ospite inquietante ne cambiava i parametri di sviluppo. All’età di 17 anni il verdetto di uno staff medico inglese decretò la mia malattia. [...] Le donne sono le più colpite. Questo particolare mi sembrò indiscutibilmente ironico all’epoca. Il mio essere donna non ancora del tutto compreso e, non ancora del tutto accettato mi era posto di fronte con tanta violenza.
Come tante bambine cresciute in ambienti principalmente maschili l’accettazione del corpo che si trasforma secondo forme e lineamenti femminili è stato un campo di estenuante contrattazione tra me e me stessa.
I primi passi nel mondo femminile, il confronto con le amiche, gli occhi di mia madre, il primo amore, le delusioni, le lotte ideologiche in famiglia e a scuola, mente e corpo si evolvevano a una velocità vertiginosa e ne ero inebriata e sconvolta.
Il mio mondo mi piaceva disperatamente e dentro di me avevo la forte percezione che quel modo di vivere il reale, quel modo di pensare il mondo passasse attraverso il mio essere donna. L’oppressione di genere che ho sempre percepito intorno a me, mi consentiva delle profonde relazioni empatiche nei confronti di qualsiasi tipo d’ingiustizia sociale e mi dava lo stimolo a una precoce militanza studentesca: ogni adolescente cui bolle il sangue nelle vene ha vissuto momenti caratterizzati da tale ardore, la sensazione di essere nel giusto, di voler cambiare il mondo, di essere immortali…
Ben presto però il mio mondo ideale di grandi ideali si è dovuto scontrare con il reale e dalla sintesi di questi due aspetti è iniziato il mio percorso di presa di coscienza dell’essere donna. Il mio essere donna passava ora attraverso un corpo, un corpo malato.
Un corpo che divenne campo di studi e sperimentazioni, centro di dibattiti su pratiche farmacologiche tradizionali o alternative. Senza opporre resistenza mi sottoposi a esami e cure mentre silenzioso cresceva in me il germe della rabbia e del rifiuto di quel corpo inadatto a vivere secondo i miei parametri. Il mondo scientifico si è mostrato a me in tutta la sua magnificenza sterile e razionale: sale asettiche e figure facilmente associabili al contorno ambientale si sono susseguiti in una danza frenetica che di tutto si preoccupava fuorché del fatto di avere davanti una ragazza di 17 anni, che contrattava crescita e sviluppo con malattia e degenero. Con il tempo la scissione tra mente e corpo malato è stata totale. Non mi apparteneva e non lo accettavo. Non accettavo il concetto di avere una malattia, di essere in qualche modo difettosa, non accettavo gli sguardi dei medici sul mio corpo nudo, non accettavo nessun tipo di protesi tecnologica che invadesse la mia carnalità.
Con il passare degli anni e grazie ad aiuti mirati il rapporto col mio corpo e l’accettazione della mia condizione sono diventati più gestibili. Da questi anni di profonda sofferenza sono seguite una serie di osservazioni che a partire dalla mia esperienza personale spero di poter ricongiungere a mondo. La prima considerazione necessaria riguarda ovviamente un approccio diverso verso la paziente da parte del sistema sanitario. Trattamenti e cure devono tenere conto della specificità del corpo femminile, sia da un punto di vista prettamente farmacologico sia da un punto di vista psicologico. Il paragone inevitabile con il sistema sanitario inglese, con il quale mi rapporto annualmente, evidenzia le profonde lacune di cui soffre il nostro paese non solo per ciò che riguarda il supporto alla ricerca e gli innovativi approcci farmacologici, ma anche per quel che costituisce il supporto psicologico nell’affrontare una malattia che è condizionato dalle ovvie differenze di sesso che di genere.
Da qui una serie di riflessioni si fanno necessarie: innanzitutto l’urgenza di una medicina di genere che consideri la peculiarità del corpo femminile all’interno dei trattamenti sanitari sia a monte che a valle della filiera sanitaria. Con l’espressione “medicina di genere” s’intende la distinzione in campo medico delle ricerche e delle cure in base al genere di appartenenza, non solo da un punto di vista anatomico, ma anche secondo differenze biologiche, funzionali, psicologiche e culturali. Il problema della medicina di genere nasce dal fatto che gli studi di nuovi farmaci, di nuove terapie e dell’eziologia e dell’andamento delle malattie sono sempre stati condotti considerando come fruitori i maschi. Di conseguenza le cure mediche rivolte alle donne sono compromesse da un vizio di fondo: i metodi utilizzati nelle sperimentazioni cliniche e nelle ricerche farmacologiche e la successiva analisi dei dati risentono di una prospettiva maschile che sottovaluta le peculiarità femminili.
Altro aspetto fondamentale a mio parere è l’inserimento all’interno della politica delle donne dell’acquisizione di competenze tecnologiche e scientifiche; il superamento del pregiudizio che vede donna e scienza in antitesi. Come la filosofa statunitense Donna Haraway propone nel suo Manifesto Cyborg sarebbe necessaria una ridefinizione della soggettività femminista collegata allo sviluppo di una coscienza critica nei confronti della tecnologia. Il messaggio della Haraway, al di là delle sue visioni fantascientifiche, è chiaro: acquisire delle competenze tecnologiche da utilizzare a favore delle donne. Da qui segue una rilettura in chiave femminista/femminile dei paradigmi tecnologici che devono diventare strumenti di e per le donne.
Ultimo aspetto non trascurabile è la necessità di riconsiderare il corpo come elemento centrale all’interno di un discorso di genere: strumento di mediazione tra sé e il mondo, filtro attivo tra il dentro e il fuori. Riportare dunque il discorso del corpo centrale all’interno del dibattito in quanto luogo di rappresentazione e auto rappresentazione del pensiero. La svalutazione del corpo femminile in tanti campi (solo per citarne alcuni, medico, mediatico, relazionale) ostacola il processo di autodeterminazione del pensiero al femminile e su questo bisogna agire, usando il corpo come punto di partenza per una ri - significazione del pensiero e del linguaggio.
“Le donne provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo. Brucia, ma non si bruciano. Respirano forte quando l’ostetricia dice non urli, non è mica la prima. Portano i figli in braccio per giorni in certe traversate del deserto, dei mari sui barconi…le donne hanno più confidenza col dolore del corpo, dell’anima. È un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da essere quasi amico, è una cosa che c’è e non c’è molto da discutere. Ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, non serve. Trasformarlo invece ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. Ignorarlo, domarlo, metterlo da qualche parte perché lasci fiorire qualcosa. È una lezione antica, una sapienza muta e segreta e ciascuna lo sa” (Concita de Gregorio)”.

Teresa le chiede se in Inghilterra ci sia negli ospedali un approccio di genere. Ginestra risponde che c’è un diverso approccio con il paziente, che ha la possibilità di confrontarsi e di relazionarsi con altri all’interno di gruppi tematici: vivere una gravidanza con..., vivere questa esperienza con...Trovare altre persone con cui confrontarsi l’ha letta come una pratica “al femminile”.
Attraverso cosa è passata l’accettazione? Sicuramente attraverso la consapevolezza prima di essere donna.
Michela domanda cosa aggiunga questo tipo di accettazione alla comprensione della realtà: All’inizio è stato il contrario: era in credito con il mondo. Poi accettarlo le ha dato una capacità di comprendere di più il mondo.
Suggestione di Michela: il “corpo malato” come paradigma del “corpo femminile al cubo”: come se attraverso l’esperienza della malattia riuscissimo a fare una riflessione reale su noi stesse. Ginestra: perché si attua una separazione fra quello che è l’identità della persona e quello che è la consapevolezza di se’. Valeria incalza: è come se il corpo malato di un uomo diventi “donna”. Posto nel territorio di azione di una scienza neutra, il corpo non si ritrova e perde il senso di realtà, l’abitudine al dominio, al potere.

Fa uno strano effetto parlare di ginestre e di aprili in questa giornata autunnale... Così in ritardo ti scrivo. Così il sole chiaro che ci illuminava in aula F lo ricordo e lo serbo.

13 OTTOBRE: UNA MAPPA PER IL GLOSSARIO

La riunione di mercoledi è stata tutta improntata sulla lavorazione delle parole-chiave, degli strumenti conoscitivi, delle modalità da utilizzare per la costruzione del “glossario”.
Siamo partite dalla mappa costruita da Michela.
Prima di tutto abbiamo introdotto altri termini che nella mappa non comparivano: senso di colpa, padre, potere di cui dobbiamo ancora individuare la dislocazione nella mappa; la parola lavoro, che fuoriesce però da esperienze che il gruppo ha esperito fuori dal contesto degli ‘oggetti’ –punto di partenza che ci siamo date per la costruzione del glossario-a-partire-da-noi- e infine la parola relazione. Quest’ultima, per la sua ricchezza di senso, diventa il terzo “centro” della mappa, che quindi alla fine dovrà essere modellata sulla ragnatela di connessioni stabilite attorno alle tre parole:
CORPO IDENTITA’ RELAZIONE.
Sarebbe interessante, dice Michela, ricostruire una mappa mettendo al centro la parole “relazione” e legandole attorno i termini già individuati o altri che scaturirebbero forse da una nuova lettura ad hoc degli ‘oggetti’.
Come usare la mappa? Come lavorare sui singoli termini?
Forse cominciando a lavorare su una singola parola – CORPO è per tutte la più ‘densa’- e via via sulle altre che inevitabilmente la intersecano. Michela si è impegnata a tradurci le voci sul corpo dal Dictionnaire du corps di Michela Marzano.
Ognuna di noi comincerà a pensare ai materiali bibliografici etc. a partire dalla parola ‘corpo’ a seconda delle proprie competenze/interessi/desideri.
Cominciamo a immaginare che il supporto che reggerà il glossario avrà una struttura dinamica, a rete appunto. Mi viene in mente un CD-ROM pensato come materiale didattico interattivo costruito con questa metodologia flessibile, Michela ce l’ha e lo porterà per condividerlo, è:
“La casa sul filo”, di Letizia Lambertini, Ass. Politiche Sociali - Regione Emilia Romagna, 8 marzo 2001.
E poi: è necessario costruire una bibliografia minima di orientamento per il glossario.
Un testo fondamentale è:
A. Ribero, Glossario della differenza, Regione Piemonte-Commissione Regionale Pari Opportunità, Torino 2008. (ce l’ha Teresa e lo metterà a disposizione).
Un altro testo, suggerito da Michela è il Dizionario politico delle donne o del femminismo, che per quante ricerche abbia fatto su Internet non sono riuscita ad individuare.
La costruzione della bibliografia è un primo passo. Occorrerà poi verificare sui cataloghi cittadini la disponibilità dei testi ed eventualmente dovremo procurarci quelli non disponibili.
Una miniera bibliografica è sicuramente quella della Biblioteca del centro Mara Meoni: Teresa ci ha detto che il suo lavoro di catalogazione sta volgendo al termine, quindi tra breve il suo catalogo sarà disponibile online all’interno dello SBS (Sistema delle Biblioteche di Siena).
Urge “una stanza tutta per noi”!!! dove raccogliere i nostri materiali... nel corso dell’incontro ci sono venute in mente due possibilità... entrambe da verificare...
Per finire vi scrivo i compitini per casa:
- ri-modelliamo la mappa
- guardiamoci intorno: a partire da “corpo”, ognuna si focalizza su quale aspetto?
- ricerca per la bibliografia (1.glossario - 2.corpo)
- pensieri e parole per costruire un ‘manifesto’ del gruppo, un ‘Chi Siamo’ che diventi la pagina d’accesso al nostro Blog.
A mercoledi. Baci.

giovedì 14 ottobre 2010

domenica 10 ottobre 2010

Violenza sulle donne:anche tra gli islamici una nuova mentalità

giornale di brescia 8 ottobre 2010
pubblicata da Vanzan Anna il giorno venerdì 8 ottobre 2010 alle ore 11.18




In questi giorni due notizie riguardanti altrettanti atti di grave violenza contro le donne hanno sconvolto l'opinione pubblica italiana: l'uxoricidio, avvenuto nel Modenese, di una pakistana che tentava di difendere la figlia dalle percosse paterne (impartite perché la ragazza non accettava un matrimonio combinato); e la scoperta del cadavere di Sarah uccisa e violentata dallo zio.Il primo luttuoso fatto ha provocato una ridda di polemiche: molti hanno accusato la religione islamica (professata da vittima e carnefice) di esser la matrice, il mandante «morale» del cosiddetto «delitto d'onore», e si sono puntualmente presentati i sostenitori della necessità di liberarci dalla immigrazione portatrice di nefandi costumi, mentre alti organi governativi si sono proposti come parte civile contro l'omicida. Il secondo caso, riguardante un delitto consumato all'interno di una italianissima famiglia, è più imbarazzante per i paladini della presunta superiorità della civiltà occidentale, ma s'accompagna al primo nella dolorosa conferma che, per molte, troppe donne, il «lupo» s'annida in casa. La novità, semmai, va registrata nell'episodio che vede protagonisti alcuni cittadini pakistani. La vittima è stata una madre che difendeva la figlia dalla violenza paterna, cosa non usuale in questo contesto: come si ricorderà, ad esempio, nel caso di Hina, la giovane pakistana uccisa qui nel Bresciano, la madre era risultata complice morale del delitto, in quanto non solo non era intervenuta, ma si era addirittura preventivamente allontanata da casa pur conoscendo le intenzioni omicide del marito. Spesso, infatti, figure femminili come le madri sono cruciali nei «delitti d'onore», delitti che loro stesse istigano o che più o meno tacitamente avallano perché condividono l'idea che le figlie abbiano compromesso la rispettabilità familiare. Nel recente caso avvenuto a Modena, invece, una madre ha deciso di rompere un esecrabile costume patriarcale, pagando con la vita, ma dando altresì un forte segno, un segnale di ribellione che inevitabilmente risuonerà in altre comunità in cui i «delitti d'onore» sono ancora praticati, e soprattutto nel Paese d'origine, il Pakistan, dove sono ancora centinaia le vittime annuali di questo ancestrale e tribale costume. Ma anche in Pakistan le cose stanno lentamente cambiando: come mi ha rivelato un avvocato di Karachi impegnato nella campagna contro i «delitti d'onore», nell'opinione pubblica sta montando una crescente consapevolezza.Poiché, comunque, i «delitti d'onore» si registrano soprattutto in Pakistan, Turchia, Giordania e Palestina e nelle comunità migrate da questi Paesi, di religione islamica, è indispensabile che autorevoli esponenti di questa religione intervengano sottolineando l'incompatibilità tra fede musulmana e qualsiasi delitto. È utile sottolineare la recente presa di posizione dell'Ucoii, l'associazione che raggruppa un considerevole numero di musulmani presenti nel nostro Paese, e che ha iniziato una campagna contro i matrimoni imposti. Ora auguriamoci un segno forte anche fuori dalle comunità islamiche, in seno alle nostre autorità, per combattere la violenza contro le donne di qualsiasi credo e provenienza esse siano.

giovedì 7 ottobre 2010

Uomini che odiano le donne !

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/07/news/ritrovato_il_corpo_di_sarah_scazzi-7799074/?ref=HREA-1

Lapidare Sakineh un'umiliazione anche per l'Islam

04.09.10 Giornale di Brescia

In tutto il mondo si stanno moltiplicano le manifestazioni volte ad evitare che l'iraniana Sakineh Mohammad Ashtiani venga uccisa con la lapidazione. Ed in molti tornano a chiedersi come sia possibile tanta crudeltà perpetuata in nome di una religione il cui nome significa «pace». In realtà, la fonte più autoritaria di questa religione, ovvero il Corano, non menziona la lapidazione quale pena per l'adulterio: secondo il libro sacro, l'atto sessuale tra persone non unite da matrimonio deve essere punito con la fustigazione ad entrambi. Tuttavia, prima di giungere a tale pena, almeno 4 testimoni oculari debbono dichiarare di aver assistito alla consumazione dell'atto, una clausola che, di fatto, ha sempre reso la punizione difficilmente impartibile. Inoltre, il Corano prevede che le donne che si dichiarano pentite debbano essere perdonate e graziate, perché «Dio è misericordioso». Ma certo non si sono mostrati misericordiosi i primi legislatori che hanno tramutato la pena per gli adulteri nella lapidazione: poiché tale trattamento è stato incorporato nella Sunna, o tradizione, indispensabile complemento al Corano, molti musulmani continuano a far fatica a staccarsi dall'idea che la lapidazione sia prescritta ed obbligatoria. Tanto che il controverso pensatore modernista Tariq Ramadan qualche tempo fa si è espresso sulla necessità di una moratoria sulla lapidazione, ma non ha osato proporre di abolirla completamente. Eppure, per fortuna, molti Stati a maggioranza musulmana lo hanno fatto, tanto che la crudele punizione resta in vigore solo in pochissimi Paesi, fra cui l'Iran: ed anche qui, peraltro, proprio l'arcigno fautore della Rivoluzione, l'ayatollah Khomeini, nel 1981 aveva chiesto ai magistrati di non eseguire sentenze di lapidazione. Nel 2002 s'era quindi dato avvio ad un processo per la sua depenalizzazione: ma successivamente i falchi del regime hanno prevalso, riportando la lapidazione nelle aule dei tribunali e sventagliandola come spauracchio per mantenere il ferreo controllo sulla società. Non a caso la ripresa della sentenza di lapidazione avviene proprio a seguito del braccio di ferro tra autorità e società civile dopo le contestate elezioni del 2009.Negli anni della sospensione della lapidazione le iraniane non erano comunque rimaste inoperose: alcuni comitati di attiviste si sono stretti attorno alla campagna «Fermiamo la lapidazione per sempre», stringendo legami sia con le donne di altri Paesi in cui vige tale pena (Pakistan, l'Afghanistan dei Talebani ecc.) sia con le sostenitrici occidentali. Altre, ferrate nella lettura dei testi sacri dell'Islam, si sono cimentate in una lenta ma precisa demolizione della legittimità della lapidazione, dimostrando come tale punizione non sia prevista dal Corano e, anzi, sia contraria allo spirito di giustizia che pervade il Libro sacro. Tanto che una di queste teologhe l'ha definita «un'umiliazione per l'Islam e per i musulmani».

lunedì 4 ottobre 2010

Sukaina

In alcune nazione musulmane, il velo è un carcere delle donne:un
carcere ambulante, dentro cui stanno.
Però le donne di maometto non portavano il viso coperto,
e il Corano non menziona la parola velo, anche se consiglia che,
fuori di casa, le donne si coprano capelli con un mantello.
Le monache cattoliche, che non obbediscono al COrano,
si coprono i capelli, e molte donne che non sono musulmane
usano mantelli o fazzoletti sulla testa, in molti luoghi del mondo.
Però una cosa è il mantello, preso per la libera scelta,
e altra il velo che, per comando maschile , obbliga a nascondere
il viso della donna.
Una delle più acerrime nemiche del velo che copre il viso fu
Sukaina ,
bisnipote di Maometto , che non solo si rifiutò di usarlo,
ma lo denunciò ad alta voce.
Sukaina si sposo cinque volte, e nei suoi cinque contratti
di matrimonio si rifiutò di accettare l'obbedienza al marito.

Eduardo Galeano

venerdì 1 ottobre 2010

Report 29 settembre 2010

Mercoledì 29, dopo la lunga pausa estiva , il gruppo ha ripreso le attività. Presenti all'incontro Michela, Pina, Mandana, Fede e Teresa. L'incontro è stato articolato intorno a varie questioni che elenco di seguito.
1. L'improbabile giro di mail che si sono succedute nei giorni scorsi a proposito del progetto sulla scuola attivato dal comune e che vede coinvolte donne del gruppo o, comunque, ad esso vicine. La sensazione è quella di scollamento rispetto ad un percorso di attività che ha visto coinvolto e vede coinvolto il gruppo e che affronta, con le dovute differenze, temi e argomenti comuni. Il gruppo è stato coinvolto e informato da soggetti esterni (masch. Plur. che ci ha inviato la bozza del progetto da loro presentato al comune, associazione amica donna che attua il progetto un provincia), ma non dall'interno. Ancora una volta si è persa l’occasione per stabilire connessioni e creare un percorso di collaborazione, soprattutto considerando la ricchezza di cui ci si potrebbe giovare se le energie fossero unite piuttosto che disperse. È vero, d’altro canto, che non necessariamente ognuna senta l’esigenza di portare le sue esperienze all’interno del contenitore-gruppo e preso atto che il “progetto genitoralità” è un'iniziativa personale di singole che merita tutto il nostro rispetto, la questione è stata archiviata.
2. Il gruppo ha valutato l'opportunità di organizzare una seconda giornata di studio sulla scuola durante l'inverno, tempi e modi sono da definire successivamente. È da valutare, su suggerimento di Mandana, l'opportunità di entrare nelle scuole e intervistare i bambini e le bambine particolarmente quelli e quelle migranti (fattibilità da verificare).Su suggerimento di Michela è da valutare la possibilità di organizzare, al termine dell'anno scolastico, un'iniziativa che coinvolga tutti i soggetti che lavorano su questi temi (la Pia va a scuola!!!).3. Il gruppo ha confermato di darsi come priorità progettuale e identificativa il GLOSSARIO, e a tal fine si è deciso per il prox incontro, mercoledì 6, di lavorare insieme alla creazione di un file che raccolga tutto il materiale inerente al glossario e possa essere stampato, in modo che ognuna possa rileggere tutto e si possa fare il punto della situazione (scelta del materiale da utilizzare, progetto, metodo, etc. etc.).
4. Blog. Fede metterà sul blog il video del convegno e si attendono commenti e valutazioni da poter far, eventualmente, confluire in una seconda iniziativa.Si è, inoltre, deciso di creare un indirizzo mail del gruppo e una mailing list aperta da utilizzare per promuovere iniziative, informare su eventi, etc etc. E, infine, aprire un forum all'interno del blog che accolga commenti, suggerimenti, consigli, critiche esterni. Si occupa di tutto Fede, rivolgersi a lei per chiarimenti eventuali.
Infine, per chi fosse interessata, vi segnalo la conferenza sulla “Pedagogia dei genitori” che sarà tenuta dal prof. Zucchi, nella Sala Convegni di Pienza venerdì 8 ottobre alle 17.30.
Buon lavoro a tutte.

lunedì 20 settembre 2010

"Altre", identità di donne a confronto


La sessione "Altre" all’interno del nostro blog nasce dalla necessità di mettere a confronto esperienze di donne provenienti da contesti socio – culturali differenti. L’intenzione è quella di uscire dal solipsismo bianco che per troppo tempo ha filtrato tematiche e priorità del movimento femminista attraverso la discussione e il monitoraggio di pratiche (di resistenza) femminili, al di là dei nostri confini territoriali e culturali.

Come scrive bell hooks:

"I want there to be a place in the world where people can engage in one another’s differences in a way that is redemptive, full of hope and possibility. Not this “In order to love you, I must make you something else”. That’s what domination is all about, that in order to be close to you, I must possess you, remake and recast you […].Dominator culture has tried to keep us all afraid, to make us choose safety instead of risk, sameness instead of diversity. Moving through that fear, finding out what connects us, revelling in our differences; this is the process that brings us closer, that gives us a world of shared values, of meaningful community."

bell hooks rappresenta il simbolo di un femminismo che va oltre la visione monoprospettica delle donne bianche benestanti occidentali e porta alla nostra attenzione l’intreccio complesso, di razza, genere e classe come strutture generanti sistemi di oppressione e dominio. Il suo lavoro è intenso sia da un punto di vista teoretico, sia in termini di attivismo politico e in quanto tale rappresenta un ottimo esempio e un punto di partenza simbolico per trattare delle pratiche femminili di resistenza “glocale” che in questa sessione vogliamo delineare.

Buone letture!

http://www.ecn.org/reds/donne/cultura/culturabellhooks.html

sabato 11 settembre 2010

giovedì 9 settembre 2010

cento donne. cento bici.

Care amiche vi scrivo..

Care ragazze è un po' che non ci si vede, spero stiate bene e che l'estate abbia portato tanti consigli femministi.
Vi allego il video di una manifestazione a cui ho partecipato lo scorso sabato a Pisa, con l'associazione "Cento donne. Cento bici", un'organizzazione di donne vicentine che si battono contro la militarizzazione, in particolare contro l'estensione delle basi militari americane, e per una pratica non violenta, direi che la bici è un buon simbolo. Vengono da Vicenza ma hanno compiuto varie azioni nel territorio nazionale, l'anno scorso son state in Sicilia e quest'anno son venute qui a Pisa.
Al di là della piacevolezza di una manifestazione senza urla e schiamazzi volevo segnalarvi l'estremo portato politico che ho percepito nel condurre un'azione politica tranquilla che, allo stesso tempo, non ha peccato in rigore intellettuale e politico.
Siamo partite dalla Torre di Pisa. Sotto gli sguardi increduli dei turisti, le donne di Vicenza armate di bacchette hanno richiamato l'attenzione con la musica e, dopo aver sancito la loro presenza pronunciando ad alta voce i loro nomi, ci hanno coivolto nella passeggiata.
Siamo arrivate in bici sino a Camp Darby. E qui arriva il bello: la consegna della bandiera e del programma, del documento che testimonia il pensiero e le attività del gruppo "Cento donne. Cento bici". La consegna è stata fatta con una precisa scenografia: si è formata una catena di donne che, in fila indiana, si sono trasmesse questo documento sino a fargli oltrepassare la sottile linea divisoria che divideva noi, donne, dai militari, assolutamente tutti di genere maschile. Le forze dell'ordine e i militari erano atterriti, non tanto dalla consegna di questo piccolo librettino quanto dalla presenza stessa delle donne. Era quasi abbagliante notare il vigore, la forza totalmente pacifica che aveva la presenza femminile nell'imporsi al sistema maschilista per eccellenza: il campo militare. La reazione è stata di totale disorientamento di fronte ad un gruppo di sole donne. La presenza di persone di sesso femminile ha neutralizzato in tronco gli usuali meccanismi di ridicolizzazione e sarcasmo tipici di coloro che minimizzano, che non intendono considerare l'avversario e/o il proprio interlocutore come degno d'ascolto. L'essere un gruppo ha inoltre neutralizzato il meccanismo machista per cui l'identità della singola donna viene misconosciuta in favore dell'appeal sessuale con il quale "la singola" viene ricondotta all'universalità del suo genere, ai suoi caratteri biologici.
Ciò che è rimasto è stata solo la fulgida apparizione reale del potere femminile, ossia del ruolo che ancora la donna deve costruirsi nel campo pubblico come soggetto unito anche se non univoco, e farsi portavoce di una condizione in primis femminile ma non solo. La voce calma e ferma del dissenso.

Ecco il video: http://www.youtube.com/watch?v=dMKIk1aFwbA&feature=player_embedded

Un abbraccio a tutte voi.

Veronica

lunedì 19 luglio 2010

mercoledì 19 maggio 2010


"La voce, la voce, solo la voce, la voce del limpido desiderio di fluire dell’acqua la voce del scendere della luce stellare sulla superficie femminea della terra la voce del concepimento del seme del senso e l’estensione del pensiero condiviso dell’amore. La voce, la voce, la voce, e ̀solo la voce che resta.
Perchè dev
o fermarmi?" (Forugh Farrokhzad)


"E' solo la voce che resta".
Faezeh Mardani parlerà della poetica di Forugh Farrokhzad.
Mercoledi 19
maggio, Ore 17.00
Facoltà di LETTERE e FILOSOFIA, SIENA


Presenti, Differenti

(Gruppo femminile dell'Università di Siena)

per

Lettere Occupata http://lettereoccupata.blogspot.com/


Proiezione del documentario

“ L’amore che non scordo”

Mercoledì 19 maggio ore 21,30

Palazzo S. Galgano – via Roma 47




Quattro storie di maestre e un maestro, quattro classi, quattro realtà scolastiche riprese tra il 2005 e il 2007 a Milano, Roma e Bologna. Il film documentario mette in risalto quella parte invisibile nei programmi didattici, quello scambio umano così particolare e vivo nella quotidianità, che fanno l’effettiva qualità di una scuola, quella elementare italiana, considerata nel mondo una delle migliori.


Sono anni questi in cui la scuola pubblica è sempre più presente sulla stampa italiana e nei programmi televisivi, soprattutto per episodi drammatici o scandalistici che gettano un’ombra sull’intero suo mondo. Il percorso per immagini che abbiamo realizzato trasmette più di molte analisi ed è un contributo a forte impatto positivo che si offre al dibattito in corso nella società per allargarlo e rilanciarlo. E’ rivolto a chi insegna, a chi si sta preparando al mestiere e alle donne e agli uomini che hanno a cuore la scuola pubblica in quanto vi mandano i propri figli e figlie. E anche a chi alla scuola si interessa come a un tratto essenziale di una società che vuole dirsi civile.