sabato 30 ottobre 2010

Report 27 ottobre

ODG: presentazione da parte delle nuove arrivate, stesura della presentazione del gruppo da inoltrare per il “Premio giornalistico di Siena”

Presenti: Mandana, Pina, Elisa, Michela, Federica, Giulia, Alessia, Rita, Letizia.

Il pomeriggio inizia con la discussione sul glossario e l’opportunità di presentare gli oggetti da parte delle nuove arrivate. L’oggetto che viene presentato secondo la modalità del partire da sé rappresenta sia uno spunto per l’elaborazione di un glossario che risignifichi alcuni concetti chiave dei nostri percorsi di vita individuali, sia la possibilità di creare un libero circuito di idee tra donne.

Pina ed Elisa spiegano la modalità di condivisione e rielaborazione dei saperi. L’oggetto viene enunciato da una persona e rielaborato da un’altra del gruppo in modo da metterli in relazione e creare uno scambio significativo di saperi.

Alessia e Giulia parlano della loro esperienza e del percorso che le ha avvicinate agli studi di genere. Entrambe, al secondo anno di Filosofia, valorizzano la loro esperienza liceale all’interno della quale hanno iniziato a sviluppare l’interesse verso queste tematiche.

Ai fini di una definizione del gruppo stesso siamo tutte chiamate a pronunciarci sul valore che attribuiamo al gruppo come donne e come collettività.

Rita sottolinea l’importanza dell’oralità come modalità d’azione che nasce dalla trasformazione degli oggetti per il glossario e conduce a una libera circolazione di saperi. Secondo Letizia, il punto focale della propria esperienza femminile, che comincia con la lettura del libro “Dalla parte delle bambine”, ha sede nel rapporto tra desiderio e condizionamento: quanto le nostre azioni “femminilizzate”dipendono da un desiderio autentico di compiere determinati gesti, o quanto sono invece veicolate da una pressione culturale che ci condiziona al loro compimento.

Elisa sposta l’attenzione verso il valore che attribuisce al gruppo, da cui prenderemo spunto per la stesura della presentazione da consegnare al “Premio giornalistico di Siena”. Il gruppo rappresenta una sede di scambio teoretico e di rielaborazione collettiva dell’esperienza. La nascita di Presenti Differenti coincide con l’inizio della crisi dell’Università di Siena, e del crollo del sistema. Il gruppo assume dunque, in corrispondenza agli eventi circostanti, il ruolo di uno “sfogatoio al femminile” all’interno del quale è possibile narrativizzare e riorganizzare l’esperienza in modo da creare una produzione di senso nuova e originale. L’atteggiamento individuale, sostiene Elisa, è quello di portare il proprio vivere sociale e la propria identità all’interno del gruppo secondo una lettura gender oriented.

Per Pina il gruppo ha rappresentato un momento di presa di coscienza, attraverso il quale ha sentito il diritto di considerare la sua parola come atto politico. Lo scambio di gesti, di saperi, e sensazioni condivise diventa dunque una sede per portare avanti un discorso politico. A sostegno di questo suo investimento valoriale ci racconta il momento in cui ha acquisito questa consapevolezza. Durante la conferenza tenutasi in occasione della presentazione del Manifesto del lavoro, era emersa la necessità di trovare un linguaggio alternativo per descrivere la propria esperienza di donne e in questo momento di confronto e scambio, Pina ha percepito l’importanza di mettere in condivisione la propria identità politica.

Michela ci racconta la nascita del gruppo dalla sua esperienza di fondatrice. L’idea nasce in seguito all’uscita del libro “Presenti, differenti” uscito nel… in collaborazione con M. Luisa Boccia. Emerge dopo poco la necessità di procurare uno spazio di discussione all’interno del contesto universitario. Michela sottolinea l’urgenza di riportare, all’interno del contesto universitario, la forza percepita durante il suo percorso nei gruppi di autocoscienza femminili degli anni settanta. Creare cioè un luogo dove seminare parole.

Mandana ci racconta della sua esperienza secondo una diversa prospettiva culturale. All’interno della sua cultura il concetto di femminismo è molto giovane. Il gruppo ha quindi rappresentato per lei una sede di libera espressione attraverso il dialogo e il confronto. Mandana insiste sul concetto di libertà, come a voler sottolineare una sorta di liberazione che avviene attraverso l’espressione condivisa. Condivide con noi la visione di un video trovato sul web (e riportato qui in fondo pagina) “What a feminist look like?”. Nasce un dibattito sulla parola femminismo. Pina mette in luce la reticenza da parte di alcuni suoi interlocutori nel momento in cui si definisce femminista. Elisa interviene parlando del suo video “Se questa è una donna…..” che prende le mosse dall’emblematica frase: “Siamo sicure che del femminismo non ci sia più bisogno?”. Il video, che secondo la modalità dell’accumulazione, ci mette di fronte a una serie di rappresentazioni di corpi femminili (ab)usati dal mercato pubblicitario, ha destato grande interesse, in un momento storico in cui la necessità di dare voce alle donne è sempre più sentita. “I commenti sul video emersi dai vari forum di discussione”, ci dice Elisa, “mi hanno dato l’idea di uno spaccato sulla parola femminismo, ormai stigmatizzata come concetto-parola old fashioned”. E con questa emblematica frase che ricorre in questi dibattiti, si conclude anche il nostro: “ma la parità è stata raggiunta per davvero?”.

Ora abbiamo abbastanza materiale per la stesura della nostra lettera di presentazione al “Premio giornalistico di Siena”: l’ultima mezz’ora la dedichiamo alla scrittura e ci diamo appuntamento a mercoledì prossimo, per l’esposizione dell’oggetto di Rita.

video

martedì 26 ottobre 2010

donne pensanti: tra provocazione e rivendicazione....

Ciao a tutt*,
grazie a un programma mattutino di - incredibile a dirsi! - Michele Mirabella, sono venuta a conoscenza di una nuova associazione al femminile che tratta di tematiche e interessi a noi affini. Cito dal sito:

L’Associazione si basa sui seguenti principi:

  1. contrastare la visione univoca e l’omologazione del femminile, ridando voce alla complessità del reale: vogliamo riportare all’attenzione di tutti il tema della diversità come risorsa;
  2. affermare la responsabilità sociale collettiva di uomini e donne nei confronti della complessità del mondo;
  3. offrire rappresentazioni alternative a quelle egemoni e stereotipate per configurare uno spazio stratificato e ricco di stimoli, una società complessa e in grado di accogliere la molteplicità e di propugnarla come un valore;
  4. fare politica orizzontalmente, dando forma al pensiero attraverso (narr)azioni concrete, per una “democrazia ad alta intensità”;
  5. riappropriarsi della politica come relazione, scambio, confronto.
Insomma vale la pena darci un occhiata...

domenica 24 ottobre 2010

A NOVEMBRE

Report Incontro del 20 ottobre

Continuiamo a lavorare e a discutere per sviluppare il nostro Glossario, fatto di parole e sensazioni, frutti della nuova energia che anima le idee del gruppo.
Ma prima di metterci al lavoro io e Teresa comunichiamo due eventi importanti, organizzati da gruppi femminili della città di Siena. Teresa annuncia la premiazione da parte del comune di Siena di Amiri, giornalista e scrittrice di origine iraniana. La premiazione avrà luogo il 29 novembre in occasione della Festa della Toscana. Mi sfugge il titolo dell’evento e per questo mi scuso con Teresa, che senza dubbio ce lo aveva ribadito. All’interno dello stesso evento e sempre il 29 novembre presso la nostra Facoltà ci sarà la proiezione del film documentario “Green days” di Hana Makhmalbaf , giovane e promettente regista iraniana, che sarà presente.
Un altro evento importante, previsto anche esso in novembre e intitolato RE-SISTERS, è organizzato da Stanza della Memoria, a cura di Laura Mattei. L’evento è incentrato sulle Donne del mondo e la loro lotta per i diritti civili e politici. Ad entrambi gli eventi il nostro gruppo parteciperà attivamente.

Tra l’annuncio di un evento e l’altro, Pina suggerisce la proiezione di un film per il 25 novembre, con la tematica afferente alla giornata, quale è “Contro la violenza sulle donne”. Abbiamo suggerito alcuni film, decideremo più avanti quale proiettare.

Nel frattempo discutiamo anche di un argomento a me caro, quale è “La diversità”.
La discussione nasce dal quesito se è giusto o meno trasmettere i modelli già prestabiliti dei diritti delle donne occidentali alle donne che hanno minor consapevolezza dei propri diritti.
Viene ribadito che i diritti umani, nonostante il pericolo di omologazione, devono avere valenza universale. Per quanto riguardo i diritti civili, invece, devono essere considerate la molteplicità e, allo stesso tempo, la specificità dei diritti. Vale a dire che bisogna individuare modelli che tengano conto della cultura, della tradizione, dei costumi e del credo religioso, salvaguardandone l’identità… perché soltanto attraverso di essa, autentica e consapevole, si consolidano i propri diritti. Il dibattito su un tema tanto complesso è chiaramente aperto.

A questo proposito mi viene in mente una citazione della scrittrice indiana Vandana Shiva:
“ …In questi tempi di “pulizia etnica” (…) mentre monoculture si diffondono nella società e nella natura , riconciliarsi con la diversità diventa un imperativo per la sopravvivenza”.

Abbiamo deciso che per mercoledì 27 ottobre lavoreremo sul glossario con particolare attenzione alle parole “identità” e “corpo”. Abbiamo pensato di supportare il nostro lavoro con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, quali foto, libri, filmati, musica, definizioni, ecc. per spaziare in tutti gli ambiti senza limitare le nostre idee.

Diamo, infine, un benvenuto alle nostre nuove amiche Alessia, Carla e Giulia e un ben tornata a Francesca Balestra.

domenica 17 ottobre 2010

giornata d'aprile in autunno

Il 28 aprile Ginestra, così la chiamo, presenta il suo oggetto.
L’ha scritto. Lo legge con gran velocità. Sostanza che brucia. Il foglio è un appiglio per non perdersi:

"Me from Myself - to banish -
Had I Art -
Invincible My Fortress
Unto All Heart -
But since Myself - assault Me -
How have I peace
Except by subjugating
Consciousness?
And since We're Mutual Monarch
How this be
Except by Abdication -
Me - of Me -? Me da Me stessa - di bandire -
Avessi l'Arte -
Invincibile la Mia Fortezza
Ad ogni Cuore -
Ma poiché Io stessa - assalto Me -
Come aver pace
Se non soggiogando
La consapevolezza?
E poiché siamo Reciproci Monarchi
Come far questo
Se non Abdicando -
Me - da Me -? (E. Dickinson)


Quando Hanna Arendt parlò della sapienza di partire da sé si riferiva a una fatalità, un caso nel destino dell’individuo da cui partire per riconoscere negli eventi di un'esperienza singolare le cifre di un’appartenenza al mondo. Scrive Chiara Zamboni della Diotima: “Si parte dai sentimenti e dalle contraddizioni vissute in prima persona, perché saperle vedere e interpretare è un modo di restituire la verità del mondo al mondo stesso. Da una parte si valorizza molto il vissuto concreto, dall'altra non se ne fa un fatto personale ma un segnale del mondo in cui viviamo”.
Il mio caso, la mia fatalità attraverso la quale ho imparato a leggere la mia presenza nel mondo è il percorso tortuoso di un adolescente “malata”. Interessante è l’interpretazione della stessa Zamboni sulle posizioni di Merleau – Ponty in riferimento alla fedeltà del pensiero al corpo. Il pensiero dunque come qualcosa che è già presente nelle esperienze fatte dal corpo e non si aggiunge a esse: ne è il lato invisibile e avvia ad un processo di espressione e pratica di vita.
Partendo da me dunque, mentre il mio corpo di donna fioriva durante gli anni dell’adolescenza, un ospite inquietante ne cambiava i parametri di sviluppo. All’età di 17 anni il verdetto di uno staff medico inglese decretò la mia malattia. [...] Le donne sono le più colpite. Questo particolare mi sembrò indiscutibilmente ironico all’epoca. Il mio essere donna non ancora del tutto compreso e, non ancora del tutto accettato mi era posto di fronte con tanta violenza.
Come tante bambine cresciute in ambienti principalmente maschili l’accettazione del corpo che si trasforma secondo forme e lineamenti femminili è stato un campo di estenuante contrattazione tra me e me stessa.
I primi passi nel mondo femminile, il confronto con le amiche, gli occhi di mia madre, il primo amore, le delusioni, le lotte ideologiche in famiglia e a scuola, mente e corpo si evolvevano a una velocità vertiginosa e ne ero inebriata e sconvolta.
Il mio mondo mi piaceva disperatamente e dentro di me avevo la forte percezione che quel modo di vivere il reale, quel modo di pensare il mondo passasse attraverso il mio essere donna. L’oppressione di genere che ho sempre percepito intorno a me, mi consentiva delle profonde relazioni empatiche nei confronti di qualsiasi tipo d’ingiustizia sociale e mi dava lo stimolo a una precoce militanza studentesca: ogni adolescente cui bolle il sangue nelle vene ha vissuto momenti caratterizzati da tale ardore, la sensazione di essere nel giusto, di voler cambiare il mondo, di essere immortali…
Ben presto però il mio mondo ideale di grandi ideali si è dovuto scontrare con il reale e dalla sintesi di questi due aspetti è iniziato il mio percorso di presa di coscienza dell’essere donna. Il mio essere donna passava ora attraverso un corpo, un corpo malato.
Un corpo che divenne campo di studi e sperimentazioni, centro di dibattiti su pratiche farmacologiche tradizionali o alternative. Senza opporre resistenza mi sottoposi a esami e cure mentre silenzioso cresceva in me il germe della rabbia e del rifiuto di quel corpo inadatto a vivere secondo i miei parametri. Il mondo scientifico si è mostrato a me in tutta la sua magnificenza sterile e razionale: sale asettiche e figure facilmente associabili al contorno ambientale si sono susseguiti in una danza frenetica che di tutto si preoccupava fuorché del fatto di avere davanti una ragazza di 17 anni, che contrattava crescita e sviluppo con malattia e degenero. Con il tempo la scissione tra mente e corpo malato è stata totale. Non mi apparteneva e non lo accettavo. Non accettavo il concetto di avere una malattia, di essere in qualche modo difettosa, non accettavo gli sguardi dei medici sul mio corpo nudo, non accettavo nessun tipo di protesi tecnologica che invadesse la mia carnalità.
Con il passare degli anni e grazie ad aiuti mirati il rapporto col mio corpo e l’accettazione della mia condizione sono diventati più gestibili. Da questi anni di profonda sofferenza sono seguite una serie di osservazioni che a partire dalla mia esperienza personale spero di poter ricongiungere a mondo. La prima considerazione necessaria riguarda ovviamente un approccio diverso verso la paziente da parte del sistema sanitario. Trattamenti e cure devono tenere conto della specificità del corpo femminile, sia da un punto di vista prettamente farmacologico sia da un punto di vista psicologico. Il paragone inevitabile con il sistema sanitario inglese, con il quale mi rapporto annualmente, evidenzia le profonde lacune di cui soffre il nostro paese non solo per ciò che riguarda il supporto alla ricerca e gli innovativi approcci farmacologici, ma anche per quel che costituisce il supporto psicologico nell’affrontare una malattia che è condizionato dalle ovvie differenze di sesso che di genere.
Da qui una serie di riflessioni si fanno necessarie: innanzitutto l’urgenza di una medicina di genere che consideri la peculiarità del corpo femminile all’interno dei trattamenti sanitari sia a monte che a valle della filiera sanitaria. Con l’espressione “medicina di genere” s’intende la distinzione in campo medico delle ricerche e delle cure in base al genere di appartenenza, non solo da un punto di vista anatomico, ma anche secondo differenze biologiche, funzionali, psicologiche e culturali. Il problema della medicina di genere nasce dal fatto che gli studi di nuovi farmaci, di nuove terapie e dell’eziologia e dell’andamento delle malattie sono sempre stati condotti considerando come fruitori i maschi. Di conseguenza le cure mediche rivolte alle donne sono compromesse da un vizio di fondo: i metodi utilizzati nelle sperimentazioni cliniche e nelle ricerche farmacologiche e la successiva analisi dei dati risentono di una prospettiva maschile che sottovaluta le peculiarità femminili.
Altro aspetto fondamentale a mio parere è l’inserimento all’interno della politica delle donne dell’acquisizione di competenze tecnologiche e scientifiche; il superamento del pregiudizio che vede donna e scienza in antitesi. Come la filosofa statunitense Donna Haraway propone nel suo Manifesto Cyborg sarebbe necessaria una ridefinizione della soggettività femminista collegata allo sviluppo di una coscienza critica nei confronti della tecnologia. Il messaggio della Haraway, al di là delle sue visioni fantascientifiche, è chiaro: acquisire delle competenze tecnologiche da utilizzare a favore delle donne. Da qui segue una rilettura in chiave femminista/femminile dei paradigmi tecnologici che devono diventare strumenti di e per le donne.
Ultimo aspetto non trascurabile è la necessità di riconsiderare il corpo come elemento centrale all’interno di un discorso di genere: strumento di mediazione tra sé e il mondo, filtro attivo tra il dentro e il fuori. Riportare dunque il discorso del corpo centrale all’interno del dibattito in quanto luogo di rappresentazione e auto rappresentazione del pensiero. La svalutazione del corpo femminile in tanti campi (solo per citarne alcuni, medico, mediatico, relazionale) ostacola il processo di autodeterminazione del pensiero al femminile e su questo bisogna agire, usando il corpo come punto di partenza per una ri - significazione del pensiero e del linguaggio.
“Le donne provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo. Brucia, ma non si bruciano. Respirano forte quando l’ostetricia dice non urli, non è mica la prima. Portano i figli in braccio per giorni in certe traversate del deserto, dei mari sui barconi…le donne hanno più confidenza col dolore del corpo, dell’anima. È un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da essere quasi amico, è una cosa che c’è e non c’è molto da discutere. Ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, non serve. Trasformarlo invece ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. Ignorarlo, domarlo, metterlo da qualche parte perché lasci fiorire qualcosa. È una lezione antica, una sapienza muta e segreta e ciascuna lo sa” (Concita de Gregorio)”.

Teresa le chiede se in Inghilterra ci sia negli ospedali un approccio di genere. Ginestra risponde che c’è un diverso approccio con il paziente, che ha la possibilità di confrontarsi e di relazionarsi con altri all’interno di gruppi tematici: vivere una gravidanza con..., vivere questa esperienza con...Trovare altre persone con cui confrontarsi l’ha letta come una pratica “al femminile”.
Attraverso cosa è passata l’accettazione? Sicuramente attraverso la consapevolezza prima di essere donna.
Michela domanda cosa aggiunga questo tipo di accettazione alla comprensione della realtà: All’inizio è stato il contrario: era in credito con il mondo. Poi accettarlo le ha dato una capacità di comprendere di più il mondo.
Suggestione di Michela: il “corpo malato” come paradigma del “corpo femminile al cubo”: come se attraverso l’esperienza della malattia riuscissimo a fare una riflessione reale su noi stesse. Ginestra: perché si attua una separazione fra quello che è l’identità della persona e quello che è la consapevolezza di se’. Valeria incalza: è come se il corpo malato di un uomo diventi “donna”. Posto nel territorio di azione di una scienza neutra, il corpo non si ritrova e perde il senso di realtà, l’abitudine al dominio, al potere.

Fa uno strano effetto parlare di ginestre e di aprili in questa giornata autunnale... Così in ritardo ti scrivo. Così il sole chiaro che ci illuminava in aula F lo ricordo e lo serbo.

13 OTTOBRE: UNA MAPPA PER IL GLOSSARIO

La riunione di mercoledi è stata tutta improntata sulla lavorazione delle parole-chiave, degli strumenti conoscitivi, delle modalità da utilizzare per la costruzione del “glossario”.
Siamo partite dalla mappa costruita da Michela.
Prima di tutto abbiamo introdotto altri termini che nella mappa non comparivano: senso di colpa, padre, potere di cui dobbiamo ancora individuare la dislocazione nella mappa; la parola lavoro, che fuoriesce però da esperienze che il gruppo ha esperito fuori dal contesto degli ‘oggetti’ –punto di partenza che ci siamo date per la costruzione del glossario-a-partire-da-noi- e infine la parola relazione. Quest’ultima, per la sua ricchezza di senso, diventa il terzo “centro” della mappa, che quindi alla fine dovrà essere modellata sulla ragnatela di connessioni stabilite attorno alle tre parole:
CORPO IDENTITA’ RELAZIONE.
Sarebbe interessante, dice Michela, ricostruire una mappa mettendo al centro la parole “relazione” e legandole attorno i termini già individuati o altri che scaturirebbero forse da una nuova lettura ad hoc degli ‘oggetti’.
Come usare la mappa? Come lavorare sui singoli termini?
Forse cominciando a lavorare su una singola parola – CORPO è per tutte la più ‘densa’- e via via sulle altre che inevitabilmente la intersecano. Michela si è impegnata a tradurci le voci sul corpo dal Dictionnaire du corps di Michela Marzano.
Ognuna di noi comincerà a pensare ai materiali bibliografici etc. a partire dalla parola ‘corpo’ a seconda delle proprie competenze/interessi/desideri.
Cominciamo a immaginare che il supporto che reggerà il glossario avrà una struttura dinamica, a rete appunto. Mi viene in mente un CD-ROM pensato come materiale didattico interattivo costruito con questa metodologia flessibile, Michela ce l’ha e lo porterà per condividerlo, è:
“La casa sul filo”, di Letizia Lambertini, Ass. Politiche Sociali - Regione Emilia Romagna, 8 marzo 2001.
E poi: è necessario costruire una bibliografia minima di orientamento per il glossario.
Un testo fondamentale è:
A. Ribero, Glossario della differenza, Regione Piemonte-Commissione Regionale Pari Opportunità, Torino 2008. (ce l’ha Teresa e lo metterà a disposizione).
Un altro testo, suggerito da Michela è il Dizionario politico delle donne o del femminismo, che per quante ricerche abbia fatto su Internet non sono riuscita ad individuare.
La costruzione della bibliografia è un primo passo. Occorrerà poi verificare sui cataloghi cittadini la disponibilità dei testi ed eventualmente dovremo procurarci quelli non disponibili.
Una miniera bibliografica è sicuramente quella della Biblioteca del centro Mara Meoni: Teresa ci ha detto che il suo lavoro di catalogazione sta volgendo al termine, quindi tra breve il suo catalogo sarà disponibile online all’interno dello SBS (Sistema delle Biblioteche di Siena).
Urge “una stanza tutta per noi”!!! dove raccogliere i nostri materiali... nel corso dell’incontro ci sono venute in mente due possibilità... entrambe da verificare...
Per finire vi scrivo i compitini per casa:
- ri-modelliamo la mappa
- guardiamoci intorno: a partire da “corpo”, ognuna si focalizza su quale aspetto?
- ricerca per la bibliografia (1.glossario - 2.corpo)
- pensieri e parole per costruire un ‘manifesto’ del gruppo, un ‘Chi Siamo’ che diventi la pagina d’accesso al nostro Blog.
A mercoledi. Baci.

giovedì 14 ottobre 2010

domenica 10 ottobre 2010

Violenza sulle donne:anche tra gli islamici una nuova mentalità

giornale di brescia 8 ottobre 2010
pubblicata da Vanzan Anna il giorno venerdì 8 ottobre 2010 alle ore 11.18




In questi giorni due notizie riguardanti altrettanti atti di grave violenza contro le donne hanno sconvolto l'opinione pubblica italiana: l'uxoricidio, avvenuto nel Modenese, di una pakistana che tentava di difendere la figlia dalle percosse paterne (impartite perché la ragazza non accettava un matrimonio combinato); e la scoperta del cadavere di Sarah uccisa e violentata dallo zio.Il primo luttuoso fatto ha provocato una ridda di polemiche: molti hanno accusato la religione islamica (professata da vittima e carnefice) di esser la matrice, il mandante «morale» del cosiddetto «delitto d'onore», e si sono puntualmente presentati i sostenitori della necessità di liberarci dalla immigrazione portatrice di nefandi costumi, mentre alti organi governativi si sono proposti come parte civile contro l'omicida. Il secondo caso, riguardante un delitto consumato all'interno di una italianissima famiglia, è più imbarazzante per i paladini della presunta superiorità della civiltà occidentale, ma s'accompagna al primo nella dolorosa conferma che, per molte, troppe donne, il «lupo» s'annida in casa. La novità, semmai, va registrata nell'episodio che vede protagonisti alcuni cittadini pakistani. La vittima è stata una madre che difendeva la figlia dalla violenza paterna, cosa non usuale in questo contesto: come si ricorderà, ad esempio, nel caso di Hina, la giovane pakistana uccisa qui nel Bresciano, la madre era risultata complice morale del delitto, in quanto non solo non era intervenuta, ma si era addirittura preventivamente allontanata da casa pur conoscendo le intenzioni omicide del marito. Spesso, infatti, figure femminili come le madri sono cruciali nei «delitti d'onore», delitti che loro stesse istigano o che più o meno tacitamente avallano perché condividono l'idea che le figlie abbiano compromesso la rispettabilità familiare. Nel recente caso avvenuto a Modena, invece, una madre ha deciso di rompere un esecrabile costume patriarcale, pagando con la vita, ma dando altresì un forte segno, un segnale di ribellione che inevitabilmente risuonerà in altre comunità in cui i «delitti d'onore» sono ancora praticati, e soprattutto nel Paese d'origine, il Pakistan, dove sono ancora centinaia le vittime annuali di questo ancestrale e tribale costume. Ma anche in Pakistan le cose stanno lentamente cambiando: come mi ha rivelato un avvocato di Karachi impegnato nella campagna contro i «delitti d'onore», nell'opinione pubblica sta montando una crescente consapevolezza.Poiché, comunque, i «delitti d'onore» si registrano soprattutto in Pakistan, Turchia, Giordania e Palestina e nelle comunità migrate da questi Paesi, di religione islamica, è indispensabile che autorevoli esponenti di questa religione intervengano sottolineando l'incompatibilità tra fede musulmana e qualsiasi delitto. È utile sottolineare la recente presa di posizione dell'Ucoii, l'associazione che raggruppa un considerevole numero di musulmani presenti nel nostro Paese, e che ha iniziato una campagna contro i matrimoni imposti. Ora auguriamoci un segno forte anche fuori dalle comunità islamiche, in seno alle nostre autorità, per combattere la violenza contro le donne di qualsiasi credo e provenienza esse siano.

giovedì 7 ottobre 2010

Uomini che odiano le donne !

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/07/news/ritrovato_il_corpo_di_sarah_scazzi-7799074/?ref=HREA-1

Lapidare Sakineh un'umiliazione anche per l'Islam

04.09.10 Giornale di Brescia

In tutto il mondo si stanno moltiplicano le manifestazioni volte ad evitare che l'iraniana Sakineh Mohammad Ashtiani venga uccisa con la lapidazione. Ed in molti tornano a chiedersi come sia possibile tanta crudeltà perpetuata in nome di una religione il cui nome significa «pace». In realtà, la fonte più autoritaria di questa religione, ovvero il Corano, non menziona la lapidazione quale pena per l'adulterio: secondo il libro sacro, l'atto sessuale tra persone non unite da matrimonio deve essere punito con la fustigazione ad entrambi. Tuttavia, prima di giungere a tale pena, almeno 4 testimoni oculari debbono dichiarare di aver assistito alla consumazione dell'atto, una clausola che, di fatto, ha sempre reso la punizione difficilmente impartibile. Inoltre, il Corano prevede che le donne che si dichiarano pentite debbano essere perdonate e graziate, perché «Dio è misericordioso». Ma certo non si sono mostrati misericordiosi i primi legislatori che hanno tramutato la pena per gli adulteri nella lapidazione: poiché tale trattamento è stato incorporato nella Sunna, o tradizione, indispensabile complemento al Corano, molti musulmani continuano a far fatica a staccarsi dall'idea che la lapidazione sia prescritta ed obbligatoria. Tanto che il controverso pensatore modernista Tariq Ramadan qualche tempo fa si è espresso sulla necessità di una moratoria sulla lapidazione, ma non ha osato proporre di abolirla completamente. Eppure, per fortuna, molti Stati a maggioranza musulmana lo hanno fatto, tanto che la crudele punizione resta in vigore solo in pochissimi Paesi, fra cui l'Iran: ed anche qui, peraltro, proprio l'arcigno fautore della Rivoluzione, l'ayatollah Khomeini, nel 1981 aveva chiesto ai magistrati di non eseguire sentenze di lapidazione. Nel 2002 s'era quindi dato avvio ad un processo per la sua depenalizzazione: ma successivamente i falchi del regime hanno prevalso, riportando la lapidazione nelle aule dei tribunali e sventagliandola come spauracchio per mantenere il ferreo controllo sulla società. Non a caso la ripresa della sentenza di lapidazione avviene proprio a seguito del braccio di ferro tra autorità e società civile dopo le contestate elezioni del 2009.Negli anni della sospensione della lapidazione le iraniane non erano comunque rimaste inoperose: alcuni comitati di attiviste si sono stretti attorno alla campagna «Fermiamo la lapidazione per sempre», stringendo legami sia con le donne di altri Paesi in cui vige tale pena (Pakistan, l'Afghanistan dei Talebani ecc.) sia con le sostenitrici occidentali. Altre, ferrate nella lettura dei testi sacri dell'Islam, si sono cimentate in una lenta ma precisa demolizione della legittimità della lapidazione, dimostrando come tale punizione non sia prevista dal Corano e, anzi, sia contraria allo spirito di giustizia che pervade il Libro sacro. Tanto che una di queste teologhe l'ha definita «un'umiliazione per l'Islam e per i musulmani».

lunedì 4 ottobre 2010

Sukaina

In alcune nazione musulmane, il velo è un carcere delle donne:un
carcere ambulante, dentro cui stanno.
Però le donne di maometto non portavano il viso coperto,
e il Corano non menziona la parola velo, anche se consiglia che,
fuori di casa, le donne si coprano capelli con un mantello.
Le monache cattoliche, che non obbediscono al COrano,
si coprono i capelli, e molte donne che non sono musulmane
usano mantelli o fazzoletti sulla testa, in molti luoghi del mondo.
Però una cosa è il mantello, preso per la libera scelta,
e altra il velo che, per comando maschile , obbliga a nascondere
il viso della donna.
Una delle più acerrime nemiche del velo che copre il viso fu
Sukaina ,
bisnipote di Maometto , che non solo si rifiutò di usarlo,
ma lo denunciò ad alta voce.
Sukaina si sposo cinque volte, e nei suoi cinque contratti
di matrimonio si rifiutò di accettare l'obbedienza al marito.

Eduardo Galeano

venerdì 1 ottobre 2010

Report 29 settembre 2010

Mercoledì 29, dopo la lunga pausa estiva , il gruppo ha ripreso le attività. Presenti all'incontro Michela, Pina, Mandana, Fede e Teresa. L'incontro è stato articolato intorno a varie questioni che elenco di seguito.
1. L'improbabile giro di mail che si sono succedute nei giorni scorsi a proposito del progetto sulla scuola attivato dal comune e che vede coinvolte donne del gruppo o, comunque, ad esso vicine. La sensazione è quella di scollamento rispetto ad un percorso di attività che ha visto coinvolto e vede coinvolto il gruppo e che affronta, con le dovute differenze, temi e argomenti comuni. Il gruppo è stato coinvolto e informato da soggetti esterni (masch. Plur. che ci ha inviato la bozza del progetto da loro presentato al comune, associazione amica donna che attua il progetto un provincia), ma non dall'interno. Ancora una volta si è persa l’occasione per stabilire connessioni e creare un percorso di collaborazione, soprattutto considerando la ricchezza di cui ci si potrebbe giovare se le energie fossero unite piuttosto che disperse. È vero, d’altro canto, che non necessariamente ognuna senta l’esigenza di portare le sue esperienze all’interno del contenitore-gruppo e preso atto che il “progetto genitoralità” è un'iniziativa personale di singole che merita tutto il nostro rispetto, la questione è stata archiviata.
2. Il gruppo ha valutato l'opportunità di organizzare una seconda giornata di studio sulla scuola durante l'inverno, tempi e modi sono da definire successivamente. È da valutare, su suggerimento di Mandana, l'opportunità di entrare nelle scuole e intervistare i bambini e le bambine particolarmente quelli e quelle migranti (fattibilità da verificare).Su suggerimento di Michela è da valutare la possibilità di organizzare, al termine dell'anno scolastico, un'iniziativa che coinvolga tutti i soggetti che lavorano su questi temi (la Pia va a scuola!!!).3. Il gruppo ha confermato di darsi come priorità progettuale e identificativa il GLOSSARIO, e a tal fine si è deciso per il prox incontro, mercoledì 6, di lavorare insieme alla creazione di un file che raccolga tutto il materiale inerente al glossario e possa essere stampato, in modo che ognuna possa rileggere tutto e si possa fare il punto della situazione (scelta del materiale da utilizzare, progetto, metodo, etc. etc.).
4. Blog. Fede metterà sul blog il video del convegno e si attendono commenti e valutazioni da poter far, eventualmente, confluire in una seconda iniziativa.Si è, inoltre, deciso di creare un indirizzo mail del gruppo e una mailing list aperta da utilizzare per promuovere iniziative, informare su eventi, etc etc. E, infine, aprire un forum all'interno del blog che accolga commenti, suggerimenti, consigli, critiche esterni. Si occupa di tutto Fede, rivolgersi a lei per chiarimenti eventuali.
Infine, per chi fosse interessata, vi segnalo la conferenza sulla “Pedagogia dei genitori” che sarà tenuta dal prof. Zucchi, nella Sala Convegni di Pienza venerdì 8 ottobre alle 17.30.
Buon lavoro a tutte.