Ragazze,
dopo l'estetista sono al computer invece che con voi, e mi dispiace molto...
Rispetto all'intenso scambio di stamani, che a leggerlo me ne nutro quanto dello stare un'oretta insieme, volevo sottolineare che condivido tutto quello che avete detto e che da ciascuna 'lettera' ho ripreso un pezzetto di me e risistemato un po' di cose che in questo periodo di varie et eventuali sia rispetto a me che al gruppo si stava congelando sotto i colpi della fatica e della disoccupazione coatta.
Quello che mi preme dirvi, a proposito del discorso ultimo che fa Valentina sul 'glossario', è che mai come in questi giorni di staffettamento pervasivo ho sentito la presenza, e la differenza, rispetto alle altre donne. E soprattutto rispetto a certi tipi di femminile in cui (non) mi riconosco e la (non) riconoscibilità sta nella parola, nel modo in cui è data o presa, nell'agire sul e nel mondo. E dunque ho sperimentato profondamente, una volta ancora, quanto, come disse Pina l'8 marzo, 'l'esser donna non sia di per sé un valore'. E come la 'pendolarità'(grazie, Michela, per quest'immagine bellissima...) sia di fatto il mio modo di stare al mondo e non solo il mio, ma non quello di tutte. E questo percorso con voi sta tutto nella narrazione di Elisa e appena finito di leggere dico ad alta voce sorridendo commossa 'cazzo!!', sì, proprio così, 'cazzo!!' ad alta voce, come si fa esclamando forte sorpresa e gioia perché ci si è riconosciute, bellissime (oddio... il linguaggio... di nuovo... ma femminilizzare la parola non è lo stesso... a meno che non si adotti la locuzione lucana 'e fess'!', che al Sud è la fessura femminile: strana società, quella lucana... sempre che non abbia voluto capir male io...). Ma tornando al dunque: nel glossario, nel nostro glossario, aprirei una riflessione sul femminile, sul... femminismo? Come doveva essere all'inizio ma, perlomeno per me, all'epoca era un categoria poco afferrabile non avendone fatto esperienza diretta o, meglio, non avendo ben messo a fuoco gli strumenti per significarla. Oggi, alla luce del mio scambio con voi e con altre donne per la Staffetta mi rendo conto una volta in più, e una volta in più ad un livello più profondo, di quanto complessa sia questa transizione femminile-femminismo, e di quanto complessa sia la separazione-identificazione rispetto a certi modelli che agiscono nel pubblico e nel privato e per me è diventato, ed ecco perché ritorno al glossario, urgente riprendere le fila non (più) dalla mia genealogia ma da come grazie ad essa mi sono posizionata rispetto alle altre donne e al loro essere nel mondo, presente a me, biostoricamente presente a me, differente dalle altre, e questa differenza (e questo è il nodo che vi chiedo di aiutarmi a sciogliere) a volte non solo non mi appartiene ma nemmeno mi piace (o, forse, mi appartiene e per questo non mi piace?).
Ecco, non so se sono stata chiara ma la cosa è difficile pure per me, prendete queste parole come una specie di memo per future, se vi va, discussioni...
Un bacio, Monica
giovedì 14 maggio 2009
mercoledì 13 maggio 2009
Sul funzionmento del gruppo: pendolarismo e dintorni
Riporto in questa sezione i miei commenti su questo tema, quelle che hanno proseguito la conversazione via mail oggi, se hanno voglia, possono postare le loro mail. Così, perché queste riflessioni non vadano perdute...
Personalmente non credo che ci sia una nostra più spiccata attitudine a seguire progetti concreti piuttosto che sviluppare attività teoriche: semplicemente, questa faccenda della Staffetta si è rivelata molto più macchinosa e complessa di quanto immaginavamo, e richiede uno sforzo organizzativo imponente per quelle che sono le nostre forze (senza contare che tra tutte siamo tremende: ogni volta che vi sento vi è venuta un'idea nuova, un progetto nuovo da realizzare...mannaggia a voi!).
Per quanto mi riguarda vi confesso che mi manca moltissimo l'atmosfera del gruppo e la componente di riflessione, vorrei potermi dedicare alla presentzione del mio oggetto e partecipare a quella delle altre, ma devo accettare che di qui a luglio mi sarà difficile per via della concomitanza tra i compiti gestionali legati alla Staffetta, l'organizzazione della tavola rotonda che curo io e l'impostazione della ricerca su media e violenza femminile, a cui partecipano con le loro tesi alcune delle studentesse del gruppo e che deve poter produrre risultati presentabili anche ai fini della tavola rotonda, appunto. Oh, cielo.
Io me la racconto così: per questo mese e mezzo che ci separa dalla staffetta, almeno per quanto mi riguarda, gli aspetti pratici avranno la prevalenza su quelli teorici, poi dalla riapertura dell'anno accademico recupererò le dimensioni che mi sto perdendo. Nel frattempo, se mi guardo alle spalle, mi pare che abbiamo fatto passi da gigante...non avrei mai, mai pensato, la prima volta che ci siamo riunite, che delle perfette sconosciute sarebbero divetate così importanti per me, che nonostante le vite incasinatissime e pendolarissime che facciamo, avremmo mantenuto un incontro a settimana da ottobre a maggio senza sgarrarne uno, che avremmo creato un blog, che avremmo realizzato un progetto come quello della staffetta, e che avremmo intessuto rapporti con altri associazioni e gruppi,locali non, nonché ottenuto riconoscimenti istituzionali importanti, dai quali sicuramente si apriranno altri spazi e altre opportunità per il futuro...
Non so, vi sembrerà strano data la sensazione di "affogamento" che in molte proviamo in questo momento, ma fino a ora la mia personale valutazione dell'esperienza di "presenti, differenti" è questa: una pura vittoria.
Insieme riusciremo a migliorare quello che non funziona, e a questo proposito brava Vale, il documento che hai scritto è ottimo! Scalda la penna e sorprendici ancora che tra poco si parte con la fase di promozione e lancio stampa...
un abbraccio a tutte
elisa
Personalmente non credo che ci sia una nostra più spiccata attitudine a seguire progetti concreti piuttosto che sviluppare attività teoriche: semplicemente, questa faccenda della Staffetta si è rivelata molto più macchinosa e complessa di quanto immaginavamo, e richiede uno sforzo organizzativo imponente per quelle che sono le nostre forze (senza contare che tra tutte siamo tremende: ogni volta che vi sento vi è venuta un'idea nuova, un progetto nuovo da realizzare...mannaggia a voi!).
Per quanto mi riguarda vi confesso che mi manca moltissimo l'atmosfera del gruppo e la componente di riflessione, vorrei potermi dedicare alla presentzione del mio oggetto e partecipare a quella delle altre, ma devo accettare che di qui a luglio mi sarà difficile per via della concomitanza tra i compiti gestionali legati alla Staffetta, l'organizzazione della tavola rotonda che curo io e l'impostazione della ricerca su media e violenza femminile, a cui partecipano con le loro tesi alcune delle studentesse del gruppo e che deve poter produrre risultati presentabili anche ai fini della tavola rotonda, appunto. Oh, cielo.
Io me la racconto così: per questo mese e mezzo che ci separa dalla staffetta, almeno per quanto mi riguarda, gli aspetti pratici avranno la prevalenza su quelli teorici, poi dalla riapertura dell'anno accademico recupererò le dimensioni che mi sto perdendo. Nel frattempo, se mi guardo alle spalle, mi pare che abbiamo fatto passi da gigante...non avrei mai, mai pensato, la prima volta che ci siamo riunite, che delle perfette sconosciute sarebbero divetate così importanti per me, che nonostante le vite incasinatissime e pendolarissime che facciamo, avremmo mantenuto un incontro a settimana da ottobre a maggio senza sgarrarne uno, che avremmo creato un blog, che avremmo realizzato un progetto come quello della staffetta, e che avremmo intessuto rapporti con altri associazioni e gruppi,locali non, nonché ottenuto riconoscimenti istituzionali importanti, dai quali sicuramente si apriranno altri spazi e altre opportunità per il futuro...
Non so, vi sembrerà strano data la sensazione di "affogamento" che in molte proviamo in questo momento, ma fino a ora la mia personale valutazione dell'esperienza di "presenti, differenti" è questa: una pura vittoria.
Insieme riusciremo a migliorare quello che non funziona, e a questo proposito brava Vale, il documento che hai scritto è ottimo! Scalda la penna e sorprendici ancora che tra poco si parte con la fase di promozione e lancio stampa...
un abbraccio a tutte
elisa
martedì 12 maggio 2009
Il corpo delle donne
Buongiorno,
Tanto per iniziare bene la giornata, vi invio il link al blog di Lorella Zanardo, dove potrete trovare anche il documentario "Il corpo delle donne", oggetto di dibattito durante l'ultima puntata dell'Infedele.
A domani!
http://www.ilcorpodelledonne.blogspot.com
Tanto per iniziare bene la giornata, vi invio il link al blog di Lorella Zanardo, dove potrete trovare anche il documentario "Il corpo delle donne", oggetto di dibattito durante l'ultima puntata dell'Infedele.
A domani!
http://www.ilcorpodelledonne.blogspot.com
lunedì 11 maggio 2009
Incontro del 6 maggio
E' molto complicato per me scrivere il report dell'incontro scorso, dopo aver letto la bellissima descrizione dell'oggetto di Mandana fatta da Teresa e i commenti fattine da Lola e da Mandana stessa... nonostante spesso sembriamo perdere le fila del nostro discorso, i nostri sforzi organizzativi latitino, l'energia del gruppo sembri inabissarsi, queste voci piene di densità restituiscono un senso che è molto vicino all'anima luminosa, o oscura, ma è lo stesso, della vita.
Dopo tanto pieno, l'incontro di mercoledi ha riproposto un semivuoto- è fisiologico!
- Michela ha rimarcato come il coordinamento del gruppo Questionario sia da rivedere, perché nei fatti i moduletti dei test non sono stati più distribuiti, e le scatole di raccolta, in portineria di San Galgano, e sembra, anche quelle di San Niccolò, siano state destinate ad altro uso... Forza ragazze!
- In seconda battuta, è stato definito il calendario per la proiezione dei film a cura di Mandana, con la necessità di far presentare ognuno da un esperto/a (apettiamo tutte la Marazzi per l'ultimo):
27 maggio: Persepolis
17 giugno: Il Colore Viola
24 giugno: Vogliamo anche le rose
- Siamo passate poi al tema di oggi: la discussione sul GLOSSARIO.
E' emersa una difficoltà a intervenire sull'Oggetto, e ci siamo interrogate su questo: una sorta di timore ad affrontare un'esperienza che era stata pensata molto semplicemente come escamotage per riflettere e raccontare pezzi della propria vita.
Mandana propone l'idea di invitare donne più anziane che, secondo lei, hanno subito più di noi il 'maschilismo': in coro abbiamo reagito con l'affermazione che diversa era comunque la coscienza di se'. L'idea non è male, ma poco ha a che fare con il lavoro che stiamo facendo in questa fase: potrebbe costituire un progetto per l'anno prossimo quello di prevedere una serie di incontri con donne esterne al gruppo e di generazione più lontana.
Altre esprimono una difficoltà a focalizzare il proprio oggetto, altre la timidezza ad esporsi.
Valentina propone uno schema di lavoro diviso in tre fasi:
1. Presentazione degli oggetti
2. Cercare i "nodi" per ridiscuterne
3. Tema per tema emersi, lavorarci sopra sulla scorta della "Scrittura dell'esperienza" di Lea Melandri, un metodo di lavoro che ci ha brevemente illustrato, e che rimando a lei per una definizione più precisa.
Mercoledi prossimo, chi presenta l'oggetto? Non avendolo definito, e non ricordando se Elisa si era prenotata per il 13 appunto, giro la domanda a tutte.
Chi scrive non potrà esserci per due mercoledi successivi. Me ne scuso, ma soprattutto, mi mancherete moltissimo.
Domani sera ci sarà una riunione al Donna chiama Donna per discutere sull'urgente questione dei finanziamenti della staffetta. Penso che mercoledi le partecipanti -Teresa, Elisa, Monica (?) ci vorranno relazionare.
Besos a tutte
con affetto infinito
Pina
Dopo tanto pieno, l'incontro di mercoledi ha riproposto un semivuoto- è fisiologico!
- Michela ha rimarcato come il coordinamento del gruppo Questionario sia da rivedere, perché nei fatti i moduletti dei test non sono stati più distribuiti, e le scatole di raccolta, in portineria di San Galgano, e sembra, anche quelle di San Niccolò, siano state destinate ad altro uso... Forza ragazze!
- In seconda battuta, è stato definito il calendario per la proiezione dei film a cura di Mandana, con la necessità di far presentare ognuno da un esperto/a (apettiamo tutte la Marazzi per l'ultimo):
27 maggio: Persepolis
17 giugno: Il Colore Viola
24 giugno: Vogliamo anche le rose
- Siamo passate poi al tema di oggi: la discussione sul GLOSSARIO.
E' emersa una difficoltà a intervenire sull'Oggetto, e ci siamo interrogate su questo: una sorta di timore ad affrontare un'esperienza che era stata pensata molto semplicemente come escamotage per riflettere e raccontare pezzi della propria vita.
Mandana propone l'idea di invitare donne più anziane che, secondo lei, hanno subito più di noi il 'maschilismo': in coro abbiamo reagito con l'affermazione che diversa era comunque la coscienza di se'. L'idea non è male, ma poco ha a che fare con il lavoro che stiamo facendo in questa fase: potrebbe costituire un progetto per l'anno prossimo quello di prevedere una serie di incontri con donne esterne al gruppo e di generazione più lontana.
Altre esprimono una difficoltà a focalizzare il proprio oggetto, altre la timidezza ad esporsi.
Valentina propone uno schema di lavoro diviso in tre fasi:
1. Presentazione degli oggetti
2. Cercare i "nodi" per ridiscuterne
3. Tema per tema emersi, lavorarci sopra sulla scorta della "Scrittura dell'esperienza" di Lea Melandri, un metodo di lavoro che ci ha brevemente illustrato, e che rimando a lei per una definizione più precisa.
Mercoledi prossimo, chi presenta l'oggetto? Non avendolo definito, e non ricordando se Elisa si era prenotata per il 13 appunto, giro la domanda a tutte.
Chi scrive non potrà esserci per due mercoledi successivi. Me ne scuso, ma soprattutto, mi mancherete moltissimo.
Domani sera ci sarà una riunione al Donna chiama Donna per discutere sull'urgente questione dei finanziamenti della staffetta. Penso che mercoledi le partecipanti -Teresa, Elisa, Monica (?) ci vorranno relazionare.
Besos a tutte
con affetto infinito
Pina
martedì 5 maggio 2009
Oggetto Mandana - report 29 aprile
Devo ammettere che è con estrema difficoltà che mi accingo a raccontare la presentazione fatta da Mandana, un racconto che, nell’ascolto del gruppo, si è fatto via via rabbia, commozione, partecipazione ad un’esperienza del corpo che passa attraverso la malattia, la sofferenza, la cura, e la paura di dover ricominciare tutto daccapo.. Mandana dà un titolo al suo racconto, un titolo che pone l’accento su una specificità del funzionamento del corpo femminile che diventa non solo il luogo della differenza tra gli uomini e le donne, ma anche il luogo in cui le donne “soffrono” la ricerca di identità.
Il titolo è: “Corpo di donna”.
Mandana apre la sua presentazione partendo dalla considerazione che, fino a non molto tempo fa, parlare e, ancora di più, scrivere del corpo femminile era tabù. Il primo tentativo di superare questo tabù (io aggiungo, in epoca moderna) si deve a Virginia Woolf, che nel 1922 scrive a proposito di menopausa attivando, ovviamente, la censura maschilista.
Ma da dove nasce questa difficoltà/impossibilità di parlare del corpo delle donne? Perché per le donne è così difficile dare voce alla nostra corporeità?
Perché il corpo femminile è più “esposto”, suggerisce Mandana; e perché (e qui il coro è stato unanime) le donne attraversano il corpo alla ricerca della loro identità, nel senso che, laddove per gli uomini il corpo è oggetto (di desiderio), per le donne esso permane nella sfera del soggetto.
Culturalmente e storicamente si è cominciato a scrivere le donne a partire dal corpo. In alcuni casi, soprattutto nelle culture orientali, parlare del corpo diventa per le donne uno strumento di ribellione, il modo per scardinare un tabù che, ancora oggi dopo secoli di storia, continua ad essere vitale.
Negli ultimi anni, in occidente, il discorso sul corpo femminile si è infittito e sembrerebbe aver scardinato i pregiudizievoli orpelli di cui era stato rivestito: così è abbastanza facile oggi sentir parlare, anche in tv, di ciclo, maternità, allattamento, al punto che specie tra i ragazzi più giovani l’argomento “ciclo”, ad esempio, non è più un tabù. Ma che cosa significa, ancora oggi, parlare del corpo delle donne? A che cosa viene riferita l’esperienza della corporeità al femminile?
Nonostante sia passato quasi un secolo dai primi tentativi della Woolf, e malgrado le battaglie e gli sforzi di tante donne che ci hanno preceduto per uscire da questo cliché, sembra che (e forse per noi donne per prime) la dimensione del corpo in riferimento alla femminilità non sappia prescindere dalla sua funzionalità riproduttiva. Ecco, allora, che il corpo femminile si riduce all’altalena di ormoni che si produce in relazione alla possibilità di partorire, il corpo delle donne non è che un utero, e l’utero non è che un vaso, un contenitore, una forma che si presta ad accogliere una sostanza che non è mai femmina. La femminilità non è sostanziale. E questo spiega la ritrosia a parlare di “menopausa”, il momento in cui, non potendo più assolvere alla sua funzione, la donna-vaso non ha più una precisa collocazione sociale e culturale. Si pensi che in alcune tribù arabe la donna in menopausa acquista in qualche modo una connotazione maschile, “diventa un uomo” e, per questo, entra nella sfera del potere ponendosi a capo delle donne dell’harem.
La perdita della fertilità disorienta gli uomini che si trovano a dover relazionarsi con un essere (la donna in menopausa) di cui non riconoscono più la funzione, ma ancora di più disorienta le donne che, culturalmente attaccate all’idea di sé in quanto madri, vivono l’ingresso in questa fase non più fertile con vergogna, timore, senso di colpa. E, soprattutto, nel silenzio e, fin dove è possibile, nell’oblio. Non a caso, infatti, mentre l’inizio del periodo fertile è salutato da riti individuali se non sociali (ad es. in Iran la prima mestruazione è salutata con una festa dalle donne della famiglia), così come la maternità è festeggiata e simboleggiata con fiocchi e buffet; non ci sono esempi festosi di rituali che accompagnano l’ingresso della donna in questa terza fase dell’esistenza. E si, perché la vita corporea delle donne si può riassumere in tre fasi: ciclo, maternità, menopausa, a ribadire, ancora una volta, come le donne in passato si siano pensate e continuino a pensarsi nel presente in rapporto al loro essere necessarie alla riproduzione. Strumento di riproduzione, dunque, non solo per gli uomini, ma (ed è questa l’impasse da cui è così difficile uscire) prima ancora per le donne.
Esiste una simbologia legata alla menopausa?
A questo punto Mandana introduce un saggio di un’autrice americana, Star Coulbrooke, dal titolo “Le dee dell’isterectomia”, in cui viene affrontato il tema dei riti di passaggio nelle donne di mezz’età. In questo saggio l’autrice racconta l’esperienza devastante di una menopausa indotta farmacologicamente a fronte di una malattia che si risolve nella necessità di sottoporsi ad isterectomia. In assenza di simboli a cui aggrapparsi e di riti a cui affidare un’esperienza di consolazione, la Coulbrooke si affida alla propria capacità creativa e inventa un rituale, assolutamente personale, attraverso cui esorcizzare la paura dell’intervento. Crea una maschera a cui attaccare oggetti di vario tipo (è solo un caso se uno dei primi oggetti scelti è un tampax?), che diventa il simbolo privato e personale della lotta contro la malattia, la paura e il senso di colpa che l’accompagna.
Questo saggio serve a Mandana per introdurre la sua vicenda personale, la sua esperienza della malattia, un cancro al seno contro cui combatte da più di un anno e che, ancora oggi che è guarita, la vede costretta a sottoporsi a cure e controlli. Di cui, come molte donne nelle sue condizioni, non si libererà mai più.
È difficile per me dar conto della sofferenza che questo vissuto si porta dietro, dell’imbarazzo e del dolore che serpeggiava tra noi che ascoltavamo partecipi. È difficile scrivere gli occhi lucidi e le lacrime palesi di qualcuna, il senso di impotenza che ci ha pervaso, la rabbia che ci ha devastato.
È difficile raccontare la gratitudine di tutte nei confronti di Mandana che si è messa a nudo parlandoci della sua malattia, delle implicazioni emotive e psicologiche di una menopausa indotta, della depressione che si fa strada e si impone a seguito della terapia.
È, prima di tutto, un invito alla prevenzione quello che ci fa Mandana, invito a non lasciarsi sopraffare dalla paura e a prendersi cura in maniera consapevole del proprio corpo; perché solo rimanendo in contatto con il proprio corpo le donne possono sottrarsi alla concezione del “corpo-contenitore” di matrice maschilista. Ed è un invito ad imparare a chiedere aiuto, a servirsi di quelle associazioni (come l’associazione Serena che opera a Siena) che possono aiutare le donne a farsi carico e a metabolizzare un’esperienza tragica che, tuttavia, la solitudine rischia di incancrenire ancora di più.
Mandana ci ha parlato ancora del sentimento di frustrazione della femminilità che si vive in questi casi, dell’esperienza della diversità a cui il cambiamento del corpo costringe, quel corpo che, una volta vissuto come una benedizione, diventa ora un nemico che avvelena l’anima. È un’esperienza devastante, ci dice Mandana, per la quale si rende necessaria la complicità maschile (almeno per riuscire a fronteggiare la sensazione di colpevolezza che l’accompagna).
“C’è differenza nel modo di affrontare la malattia tra gli uomini e le donne?”, chiede Sonia.
“Gli uomini muoiono in seguito a malattie in percentuale maggiore delle donne, ma affrontano la malattia con una maggiore dignità, sebbene abbiano più difficoltà delle donne a parlarne”, è la risposta di Mandana.
Ancora Sonia si chiede se i controlli preventivi possano aiutare anche da un punto di vista psicologico permettendo di intervenire per tempo, ma Mandana sottolinea quanto sia difficile trovare consolazioni di fronte al pensiero devastante della morte.
A questo punto Pina ci presta la sua voce per chiedere a Mandana in che modo questa sua esperienza si configura come “oggetto” di queste nostre presentazioni, in che modo quest’esperienza ha costituito per lei un momento fondante del suo percorso di costruzione di un’identità di genere.
“Perché quest’esperienza ha cambiato la mia vita, per rabbia rifiutavo l’idea di farmi curare, sentivo di aver messo in pericolo la vita di mia figlia e di mia nipote. Ed è solo pensando a mia figlia che ho accettato di farmi curare”, è la risposta di Mandana.
Quello che emerge dalle considerazioni fatte nel contesto di questa presentazione è che con la malattia si produce una dissociazione tra la mente e il corpo, dissociazione favorita dal sistema medico che si prende cura solo del corpo-oggetto; dissociazione prodotta dalla medicina patriarcale che, come suggerisce Lola, non solo non aiuta le donne, ma diventa strumento di violenza non tenendo in nessuna considerazione le implicazioni psicologiche che trasformano la malattia in menomazione. È probabilmente vero quanto suggerisce Pina, e cioè che scavando a fondo tutta la questione femminile/maschile si risolve nella fisiologica impossibilità dei maschi di mettere al mondo figli; ed è probabilmente vero che, seguendo ancora i pensieri di Pina, il linguaggio di un corpo che si modifica (pensando alla menopausa) acquisisce una violenza che sovrasta la mente; ma è altrettanto vero (come sostiene Lola) che si rende necessario per le donne emanciparsi da quella colpevolezza atavica che fa delle donne a cui è preclusa o che si precludono la maternità, delle donne mancate.
So di non essere stata esaustiva e me ne scuso, ma la mia preoccupazione è stata quella di trovare le parole per non essere indelicata, pur cercando di dare un’idea di quanto in profondità il condividere l’esperienza di Mandana ci abbia portato.
È stato un gesto di coraggio di cui, noi tutte, cara Mandana, ti ringraziamo..
Il titolo è: “Corpo di donna”.
Mandana apre la sua presentazione partendo dalla considerazione che, fino a non molto tempo fa, parlare e, ancora di più, scrivere del corpo femminile era tabù. Il primo tentativo di superare questo tabù (io aggiungo, in epoca moderna) si deve a Virginia Woolf, che nel 1922 scrive a proposito di menopausa attivando, ovviamente, la censura maschilista.
Ma da dove nasce questa difficoltà/impossibilità di parlare del corpo delle donne? Perché per le donne è così difficile dare voce alla nostra corporeità?
Perché il corpo femminile è più “esposto”, suggerisce Mandana; e perché (e qui il coro è stato unanime) le donne attraversano il corpo alla ricerca della loro identità, nel senso che, laddove per gli uomini il corpo è oggetto (di desiderio), per le donne esso permane nella sfera del soggetto.
Culturalmente e storicamente si è cominciato a scrivere le donne a partire dal corpo. In alcuni casi, soprattutto nelle culture orientali, parlare del corpo diventa per le donne uno strumento di ribellione, il modo per scardinare un tabù che, ancora oggi dopo secoli di storia, continua ad essere vitale.
Negli ultimi anni, in occidente, il discorso sul corpo femminile si è infittito e sembrerebbe aver scardinato i pregiudizievoli orpelli di cui era stato rivestito: così è abbastanza facile oggi sentir parlare, anche in tv, di ciclo, maternità, allattamento, al punto che specie tra i ragazzi più giovani l’argomento “ciclo”, ad esempio, non è più un tabù. Ma che cosa significa, ancora oggi, parlare del corpo delle donne? A che cosa viene riferita l’esperienza della corporeità al femminile?
Nonostante sia passato quasi un secolo dai primi tentativi della Woolf, e malgrado le battaglie e gli sforzi di tante donne che ci hanno preceduto per uscire da questo cliché, sembra che (e forse per noi donne per prime) la dimensione del corpo in riferimento alla femminilità non sappia prescindere dalla sua funzionalità riproduttiva. Ecco, allora, che il corpo femminile si riduce all’altalena di ormoni che si produce in relazione alla possibilità di partorire, il corpo delle donne non è che un utero, e l’utero non è che un vaso, un contenitore, una forma che si presta ad accogliere una sostanza che non è mai femmina. La femminilità non è sostanziale. E questo spiega la ritrosia a parlare di “menopausa”, il momento in cui, non potendo più assolvere alla sua funzione, la donna-vaso non ha più una precisa collocazione sociale e culturale. Si pensi che in alcune tribù arabe la donna in menopausa acquista in qualche modo una connotazione maschile, “diventa un uomo” e, per questo, entra nella sfera del potere ponendosi a capo delle donne dell’harem.
La perdita della fertilità disorienta gli uomini che si trovano a dover relazionarsi con un essere (la donna in menopausa) di cui non riconoscono più la funzione, ma ancora di più disorienta le donne che, culturalmente attaccate all’idea di sé in quanto madri, vivono l’ingresso in questa fase non più fertile con vergogna, timore, senso di colpa. E, soprattutto, nel silenzio e, fin dove è possibile, nell’oblio. Non a caso, infatti, mentre l’inizio del periodo fertile è salutato da riti individuali se non sociali (ad es. in Iran la prima mestruazione è salutata con una festa dalle donne della famiglia), così come la maternità è festeggiata e simboleggiata con fiocchi e buffet; non ci sono esempi festosi di rituali che accompagnano l’ingresso della donna in questa terza fase dell’esistenza. E si, perché la vita corporea delle donne si può riassumere in tre fasi: ciclo, maternità, menopausa, a ribadire, ancora una volta, come le donne in passato si siano pensate e continuino a pensarsi nel presente in rapporto al loro essere necessarie alla riproduzione. Strumento di riproduzione, dunque, non solo per gli uomini, ma (ed è questa l’impasse da cui è così difficile uscire) prima ancora per le donne.
Esiste una simbologia legata alla menopausa?
A questo punto Mandana introduce un saggio di un’autrice americana, Star Coulbrooke, dal titolo “Le dee dell’isterectomia”, in cui viene affrontato il tema dei riti di passaggio nelle donne di mezz’età. In questo saggio l’autrice racconta l’esperienza devastante di una menopausa indotta farmacologicamente a fronte di una malattia che si risolve nella necessità di sottoporsi ad isterectomia. In assenza di simboli a cui aggrapparsi e di riti a cui affidare un’esperienza di consolazione, la Coulbrooke si affida alla propria capacità creativa e inventa un rituale, assolutamente personale, attraverso cui esorcizzare la paura dell’intervento. Crea una maschera a cui attaccare oggetti di vario tipo (è solo un caso se uno dei primi oggetti scelti è un tampax?), che diventa il simbolo privato e personale della lotta contro la malattia, la paura e il senso di colpa che l’accompagna.
Questo saggio serve a Mandana per introdurre la sua vicenda personale, la sua esperienza della malattia, un cancro al seno contro cui combatte da più di un anno e che, ancora oggi che è guarita, la vede costretta a sottoporsi a cure e controlli. Di cui, come molte donne nelle sue condizioni, non si libererà mai più.
È difficile per me dar conto della sofferenza che questo vissuto si porta dietro, dell’imbarazzo e del dolore che serpeggiava tra noi che ascoltavamo partecipi. È difficile scrivere gli occhi lucidi e le lacrime palesi di qualcuna, il senso di impotenza che ci ha pervaso, la rabbia che ci ha devastato.
È difficile raccontare la gratitudine di tutte nei confronti di Mandana che si è messa a nudo parlandoci della sua malattia, delle implicazioni emotive e psicologiche di una menopausa indotta, della depressione che si fa strada e si impone a seguito della terapia.
È, prima di tutto, un invito alla prevenzione quello che ci fa Mandana, invito a non lasciarsi sopraffare dalla paura e a prendersi cura in maniera consapevole del proprio corpo; perché solo rimanendo in contatto con il proprio corpo le donne possono sottrarsi alla concezione del “corpo-contenitore” di matrice maschilista. Ed è un invito ad imparare a chiedere aiuto, a servirsi di quelle associazioni (come l’associazione Serena che opera a Siena) che possono aiutare le donne a farsi carico e a metabolizzare un’esperienza tragica che, tuttavia, la solitudine rischia di incancrenire ancora di più.
Mandana ci ha parlato ancora del sentimento di frustrazione della femminilità che si vive in questi casi, dell’esperienza della diversità a cui il cambiamento del corpo costringe, quel corpo che, una volta vissuto come una benedizione, diventa ora un nemico che avvelena l’anima. È un’esperienza devastante, ci dice Mandana, per la quale si rende necessaria la complicità maschile (almeno per riuscire a fronteggiare la sensazione di colpevolezza che l’accompagna).
“C’è differenza nel modo di affrontare la malattia tra gli uomini e le donne?”, chiede Sonia.
“Gli uomini muoiono in seguito a malattie in percentuale maggiore delle donne, ma affrontano la malattia con una maggiore dignità, sebbene abbiano più difficoltà delle donne a parlarne”, è la risposta di Mandana.
Ancora Sonia si chiede se i controlli preventivi possano aiutare anche da un punto di vista psicologico permettendo di intervenire per tempo, ma Mandana sottolinea quanto sia difficile trovare consolazioni di fronte al pensiero devastante della morte.
A questo punto Pina ci presta la sua voce per chiedere a Mandana in che modo questa sua esperienza si configura come “oggetto” di queste nostre presentazioni, in che modo quest’esperienza ha costituito per lei un momento fondante del suo percorso di costruzione di un’identità di genere.
“Perché quest’esperienza ha cambiato la mia vita, per rabbia rifiutavo l’idea di farmi curare, sentivo di aver messo in pericolo la vita di mia figlia e di mia nipote. Ed è solo pensando a mia figlia che ho accettato di farmi curare”, è la risposta di Mandana.
Quello che emerge dalle considerazioni fatte nel contesto di questa presentazione è che con la malattia si produce una dissociazione tra la mente e il corpo, dissociazione favorita dal sistema medico che si prende cura solo del corpo-oggetto; dissociazione prodotta dalla medicina patriarcale che, come suggerisce Lola, non solo non aiuta le donne, ma diventa strumento di violenza non tenendo in nessuna considerazione le implicazioni psicologiche che trasformano la malattia in menomazione. È probabilmente vero quanto suggerisce Pina, e cioè che scavando a fondo tutta la questione femminile/maschile si risolve nella fisiologica impossibilità dei maschi di mettere al mondo figli; ed è probabilmente vero che, seguendo ancora i pensieri di Pina, il linguaggio di un corpo che si modifica (pensando alla menopausa) acquisisce una violenza che sovrasta la mente; ma è altrettanto vero (come sostiene Lola) che si rende necessario per le donne emanciparsi da quella colpevolezza atavica che fa delle donne a cui è preclusa o che si precludono la maternità, delle donne mancate.
So di non essere stata esaustiva e me ne scuso, ma la mia preoccupazione è stata quella di trovare le parole per non essere indelicata, pur cercando di dare un’idea di quanto in profondità il condividere l’esperienza di Mandana ci abbia portato.
È stato un gesto di coraggio di cui, noi tutte, cara Mandana, ti ringraziamo..
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