Il nostro gruppo ha appena compiuto un anno da qualche giorno ed è un grande traguardo. Anche se c'è ancora tanto lavoro da fare, di strada ne abbiamo fatta e vale la pena festeggiare.
Oggi la discussione si è aperta con la famosa proposta che ci fu fatta dal Mara Meoni riguardo alla lettura collettiva del libro della Muraro "Il mercato della felicità". La lettura, che dovrebbe avvenire intorno ai giorni 4/8 dicembre, non ruoterà intorno al libro stesso ma, come ha chiesto la Muraro stessa, vuole essere un pretesto per discutere di temi attuali, soprattutto la storia del femminismo di ieri e di oggi.La domanda che ci siamo poste è se qualcuna si prende la responsabilità di fare da relatore durante questo incontro. Domanda con nessuna risposta ancora.
Ha preso poi la parola Pina riferendo alle assenti di settimana scorsa l'attrito che si è creato tra le femministe della vecchia guardia e quelle della nuova generazione del Donna chiama Donna e da qui è partita una discussione cioè se creare o meno una rete tra le associazioni senesi in quanto a Siena manca una rappresentazione forte di queste.Monica, che non era presente, ha riferito a Pina che non vuole più mantenere rapporti con le singole donne perchè ci sono stati molti attriti durante la preparazione della staffetta dovuti probabilmente ad un tipo di comunicazione non recepita bene dalle donne delle altre associazioni. Elisa ha suggerito di non creare una rete, di cominciare a fare qualcosa di pratico come gruppo individuale, e quindi di cercare una nostra connotazione politica magari ampliando le nostre conoscenze verso associazioni di altre città e regioni, ma comunque di mantenere un rapporto con le associazioni con le quali abbiamo collaborato per la staffetta. Il nostro obiettivo deve rimanere, come ha detto Elisa, "la realizzazione di un evento x,un convegno y o un progetto z". Se riusciamo a coinvolgere le altre associazioni tutto di guadagnato altrimenti il nostro obiettivo deve rimanere questo e non i rapporti orizzontali con le altre. E a proposito di coinvolgerle in un evento, oggi abbiamo anche parlato dell'evento del 24 ottobre che prevede la lettura in tutta Italia del "Manifesto sul lavoro". Alla fine abbiamo deciso di mandare degli inviti via e-mail, con in allegato il manifesto alle altre associazioni, e di essere noi a coordinare la giornata. Si svolgerà all'università di preciso dove ancora non lo sappiamo, Pina aveva proposto l'atrio, Lola sentiva se c'era la possibilità di prendere un'aula a giurisprudenza. Altra questione che abbiamo affrontato è stata la manifestazione che si terrà il 21 novembre a Brescia per chiudere la staffetta dell'Udi. L'Udi ha contattato Teresa per sapere se ci sarà una rappresentazione delle associazioni che hanno organizzato la staffeta senese durante la cerimonia di chiusura. Anche questa è una domanda che non ha ancora una risposta.
E' emerso poi un grande bisogno di voler intervenire politicamente su tutto ciò che non ci sta bene a partire anche da piccole cose come raccolte di firme o piccole manifestazioni e su questo punto siamo tutte d'accordo. Io personalmente non mi sento pronta ad un passo del genere e, come dissi settimana scorsa, non ho una forte base teorica che mi spinga ad uscir fuori politicamente ancora, non so se sono riuscita a spiegarmi comunque non metterò di certo i bastoni fra le ruote e se decideremo di fare davvero qualcosa di concreto vi seguirò.
In conclusione abbiamo stilato un ordine del giorno per settimana prossima:
. riprendere in mano il glossario e fare uno stato dell'arte (mandana,lola e teresa erano le responsabili e a voi spetta questo ingrato compito :-))
. risistemare il blog (abbiamo un pò incasinato le etichette, comunque Elisa ha mandato un'a-mail a tutte in cui spiega tutto)
. ognuna legge per settimana prossima un vecchio report e da questa lettura ne ricaviamo le parole chiave per il glossario
. riprendere la presentazione degli oggetti e quindi io, elisa, pina, monica,luisa, angelarosa,nora, e poi paola e federica (se continueranno a venire), dovremmo presentare i nostri oggetti
. decidere anche le modalità con cui pubblicizzeremo l'evento del 24 ottobre.
Questo è tutto. Quelle che per motivi di studio o lavoro possono venire poco al gruppo sono comunque invitate a continuare a scrivere sul blog e/o rimanere in contatto via e-mail. Questo è tutto, ci vediamo settimana prossima baci.
mercoledì 7 ottobre 2009
lunedì 5 ottobre 2009
spot Liu Jo "curves are back", cosa ne pensate?
Care tutte,
cosa ne pensate del nuovo spot della Liu Jo "bottom up collection"? Io lo trovo decisamente di cattivo gusto, anzi mi indigna.
Due ragazze per strada, quindi in un luogo pubblico, ferme in un punto a caso, che si impartiscono allegramente e reciprocamente schiaffi sui loro fondoschiena. La pubblicità girava già da tempo su alcuni settimanali ma non la ritenevo offensiva, credo che invece lo spot sia offensivo nei confronti del genere femminile ( ma perché veniamo rappresentate sempre e solo come delle imbecilli???) e diseducativo per gli uomini e per i ragazzi. Non voglio dire che induca alla violenza sulle donne ma che magari lasci passare il messaggio che alle donne piace essere trattate così, anche in mezzo alla strada, magari non fisicamente ma a parole. In altri termini credo che questo spot faccia sembrare normale agli uomini il fatto di commentare, fischiare, molestare verbalmente le donne in luoghi pubblici, come se fossimo delle non-persone.
Per chi lo volesse vedere basta andare su youtube e cercare "spot liu jo, curves are back".
Vorrei segnalare anche un'intervista che ha rilasciato Shakira su Repubblica in merito al suo nuovo video (non ricordo il titolo della canzone). Quando ho visto quel video la prima volta ho pensato "ma perché noi donne per essere ascoltate e per fare successo dobbiamo sempre ridurci così?". Il video mostra la cantante dentro ad una gabbia, seminuda e che ovviamente con il corpo allude a determinati movimenti. ll fatto è che Shakira in questa intervista ha dichiarato di essere una femminista convinta e che il video è una forma di protesta da parte delle donne che si sentono in gabbia. Ma è possibile che il mercato delle canzoni pop che presenta una grande quantità di video che alludono al porno, voglia far passare ciò come parte di una rivolta femminista?
cosa ne pensate del nuovo spot della Liu Jo "bottom up collection"? Io lo trovo decisamente di cattivo gusto, anzi mi indigna.
Due ragazze per strada, quindi in un luogo pubblico, ferme in un punto a caso, che si impartiscono allegramente e reciprocamente schiaffi sui loro fondoschiena. La pubblicità girava già da tempo su alcuni settimanali ma non la ritenevo offensiva, credo che invece lo spot sia offensivo nei confronti del genere femminile ( ma perché veniamo rappresentate sempre e solo come delle imbecilli???) e diseducativo per gli uomini e per i ragazzi. Non voglio dire che induca alla violenza sulle donne ma che magari lasci passare il messaggio che alle donne piace essere trattate così, anche in mezzo alla strada, magari non fisicamente ma a parole. In altri termini credo che questo spot faccia sembrare normale agli uomini il fatto di commentare, fischiare, molestare verbalmente le donne in luoghi pubblici, come se fossimo delle non-persone.
Per chi lo volesse vedere basta andare su youtube e cercare "spot liu jo, curves are back".
Vorrei segnalare anche un'intervista che ha rilasciato Shakira su Repubblica in merito al suo nuovo video (non ricordo il titolo della canzone). Quando ho visto quel video la prima volta ho pensato "ma perché noi donne per essere ascoltate e per fare successo dobbiamo sempre ridurci così?". Il video mostra la cantante dentro ad una gabbia, seminuda e che ovviamente con il corpo allude a determinati movimenti. ll fatto è che Shakira in questa intervista ha dichiarato di essere una femminista convinta e che il video è una forma di protesta da parte delle donne che si sentono in gabbia. Ma è possibile che il mercato delle canzoni pop che presenta una grande quantità di video che alludono al porno, voglia far passare ciò come parte di una rivolta femminista?
giovedì 1 ottobre 2009
Report mercoledi 30
Salve care,
L'incontro di mercoledi è servito a fare il punto della situazione. Ripartendo dal report scritto l'ultima volta da Elisa abbiamo affrontato varie questioni:
- Glossario: a che punto siamo? l'organizzazione della staffetta ha sottratto tempo all'elaborazione del glossario, interrompendo un po' bruscamente la presentazione dei nostri oggetti; dobbiamo riprendere le fila del discorso, riflettendo su ciò che già si è fatto. Lola e Mandana si preoccuperanno a tale proposito di definire lo "stato dei lavori", elaborando una sorta di bilancio. Già dalla prossima settimana, potremmo decidere quando ricominciare e stabilire l'ordine di intervento di chi ancora non ha fatto la presentazione.
- Ruolo del gruppo: la riflessione sul ruolo esercitato dal nostro gruppo è ancora aperta e piuttosto complessa, poichè investe due dimensioni, a mio parere, diverse: la prima, che potremmo definire interna, si concentra ancora una volta sulle modalità di partecipazione al gruppo e risponde alle domande che Mandana più volte si pone e ci pone:"Chi siamo?", "Qual'è il nostro modo di stare dentro al gruppo?". La questione è interna perchè ritornano sul tavolo dei nodi già affrontati, ma forse, non per tutte sciolti, direttamente connessi al modo personale attraverso cui ognuna di noi definisce la propria partecipazione e quindi il proprio impegno: i temi sono ancora una volta quelli del dover fare, della responsabilità, della libertà. E' necessario a questo punto un riposizionamento? il gruppo sente ancora la necessità di affrontare questi temi?
L'altra dimensione invece, investe il ruolo del gruppo e il suo rapporto con l'esterno. L'esperienza della staffetta, ci ha permesso di stringere, anche se con dei limiti, una serie di relazioni con altre realtà; la rete di associazioni che si è costituita per l'evento ha reso possibile un primo tentativo di coordinare nel territorio forze eterogenee per percorso, storia, modalità partecipative, allargando i confini della nostra azione. Se molte di noi sentono ancora la necessità di arricchire le basi teoriche, puntando sul ruolo di riflessione ed elaborazione del gruppo, è altrettanto urgente capire la nostra incidenza pratica sul mondo e quindi il ruolo politico che ne deriva. Dovremmo affrontare la questione fondamentale lanciata da Elisa sulla possibilità di costituirci come soggetto politico, capace di produrre proprie istanze e di iniziare un percorso attivo di collaborazione con altre realtà. Questione non da poco, fondamentale, che richiederà di sicuro tempo e calma per essere elaborata.
- Prossime Iniziative: Lola ci ha descritto il progetto, a cui già da un anno ricercatori italiani e spagnoli stanno lavorando, sui tempi del lavoro femminile; il progetto affronta gli aspetti tecnico-giuridici, ma anche quelli più strettamente politici, connessi alla comparazione tra i due diversi sistemi: quello spagnolo e quello italiano. Grazie a questo progetto di ricerca, Lola è entrata in contatto con le Donne della Libreria di Milano e con il Circolo della Rosa; sono proprio le componenti di questo circolo ad aver scritto "il Manifesto sul lavoro", un foglio dove si riflette sul rapporto tra donne e lavoro, attraverso l'utilizzo di una narrazione alternativa (i temi sono molti, la maternità, la crisi economica,etc..); la lente usata è quella del femminismo della differenza. Riporto la frase che apre il manifesto: "un manifesto del lavoro delle donne e degli uomini, scritto da donne e rivolto a tutte e tutti, perchè il discorso della parità fa acqua da tutte le parti e il femminismo non ci basta più" . Per il 24 Ottobre il circolo ha organizzato, grazie al sostegno di una rete di associazioni, una giornata dedicata alla lettura del manifesto, che si svolgerà in più parti d'Italia. Il punto è questo: il nostro gruppo intende partecipare? Con quali modalità?Le presenti hanno aderito con entusiasmo, però ovviamente occorre discuterne insieme.
Altro incontro da segnalare: Il 17 Ottobre con il patrocinio del Cesvot alle ore 16 nelle Stanze della Memoria, in via Malavolti (Si) ci sarà la presentazione del libro di testimonianze su Mara Meoni "Una compagna. Mara Meoni, un ritratto politico collettivo". Intervengono le curatrici del libro, Silvia Folchi e Laura Mattei e l'onorevole Marisa Rodano.
- Questionari: altro punto dolente...cosa facciamo con i questionari? dopo tutto il nostro lavoro sarebbe terribile non provare almeno ad elaborare i dati raccolti. Se non sbaglio, Pina si era offerta di far parte del gruppo futuro, se mai ci sarà, "elaborazione dati".
sabato 12 settembre 2009
Gli uomini non comprendono.
Il 9 settembre è stata la giornata mondiale della violenza contro la donna e in questi giorni mi sono ritrovata a parlare con alcuni miei amici maschi su questo argomento e le cose che mi sono state dette sono davvero allucinanti!La frase ricorrente è stata "Bè molte donne se la cercano e e alcune si meritano questo trattamento" oppure "Voi donne provocate" Risposte da mettersi le mani tra i capelli. Allora io pazientemente cercavo di spiegare, gli parlavo di violenza di genere, gli dicevo, riportando dati istat, che la maggior parte delle violenze avvengono tra le mura domestiche e loro mi rispondevano o "ma la televisione dice altro" o "i dati istat sono falsi" Ma come falsi???Con qualcuno sono scesa più in profondità e ho parlato della paura di noi donne di essere violate. La risposta? "Bè perchè se qualcuno mi mette un coltello alla gola non è la stessa cosa?"NO!Quella è paura di morire, diverso dal nostro tipo di paura.E quando magari parli di crisi della maschilità, sottolineando che la violenza non è sintomo di forza bensì di debolezza da parte dell'uomo che ha paura della forte indipendenza acquistata dalla donna la risposta è "Non è vero" però poi ti senti dire "Le donne in carriera abbandonano la famiglia e rovinano il mondo", "La donna guadagna spesso più dell'uomo e non va bene" e questa non è paura della donna??? Vi assicuro che queste sono risposte che mi sono state date da ragazzi giovani tra i 20 e i 27 anni e a voglia a perdere tempo e a spiegare NON COMPRENDONO o comunque NON VOGLIONO COMPRENDERE. Mi hanno pure dato della femminista estremista,qualcuno mi ha anche detto "Visto che ci sei perchè non vai a bruciare il reggiseno come facevano le tue compagne nel 1968?". Qualcuno mi ha pure dato della comunista. Mi viene da ridere ma è un riso amaro perchè tutto ciò mi fa capire che siamo un paese regredito e poi vogliamo andare a fare i liberali nei paesi arabi per far togliere il burka alle donne o concederle più libertà quando da noi è questo il pensiero che gli uomini hanno delle donne?IPOCRITI!
giovedì 13 agosto 2009
il noi al femminile
La rivoluzione interrotta delle donne
di Lidia Ravera
Ho provato una vera gioia, leggendo la «conversazione» con Nadia Urbinati, ieri, su questo giornale. Quando dice: «c’è, da parte delle persone attorno a noi, una specie di accettazione. Il senso dell’inutilità collettiva». Ho pensato: ha messo, come si dice, “il dito nella piaga”. E mai frase idiomatica fu più opportuna. Qui si parla proprio di piaghe: indicarle è necessario, anche se sarebbe più elegante voltarsi dall’altra parte. Toccarle fa male. Ma attraverso il dolore, passa l’unica speranza di guarigione.
Dunque diciamolo: è morta la dimensione collettiva. Il “noi” che rafforzava i tanti “io” di cui era composto, latita. Era onnipresente, la prima persona plurale. Ora è scomparsa. Non è mai stata facile da declinare: includere l’Ego degli altri, sistemarlo accanto al proprio, non è mai naturale, tocca smussare angoli, reprimere individualismi, concedere generalizzazioni, perdere qualcosa di sè. Però si può fare, anzi: si deve.
E questo è il resto.
Soltanto una massa di “io” ordinati in un “noi”, che li sovrasta e li protegge e li rappresenta, nel corso della storia, ha saputo abolire lo schiavismo, difendere il lavoro, conquistare diritti uguali per tutti, combattere il fascismo. L’individuo, da solo, può regalare all’umanità soltanto il godimento dell’arte. È necessaria, l’arte, ma non è sufficiente. Non oggi e non qui, in Italia.
Ha ragione la Urbinati quando dice: «Quel che fa questo governo non è ridicolo...è tragico». È tragico usare la paura e la fragilità psichica dei cittadini, aggravate entrambe dalla crisi economica, per disegnare una società che esclude e divide, che radicalizza le differenze e governa col ricatto milioni di solitudini. Poco più di metà degli italiani ha votato qualche anno di fiducia all’attuale Premier e alla sua “weltanschaung”. Poco meno di metà degli italiani ha cercato, votando il centrosinistra, di segnalare il proprio “no”.
Si tratta di milioni di donne e di uomini, dispersi e quindi condannati alla dimensione privata del dissenso:. il lamento. Per le donne è una sorta di revival: ve la ricordate la rivolta “da camera” delle nostre madri? Erano donne che avevano vissuto la giovinezza a cavallo della seconda guerra mondiale e che, nell’Italia in rapido sviluppo degli anni sessanta, impigliate nel codice antico dell’esistenza vicaria, stavano maturando un disagio crescente per i ristretti ambiti delle loro vite. Che cosa facevano, mentre le loro figlie scendevano in piazza bruciando le icone della femminilità tradizionale? Si lamentavano. Opponevano un fiero cattivo umore ad un destino che vivevano come immutabile. Era il canto della loro sconfitta, il lamento.
Ci dava ai nervi. Giurammo che noi no, noi non ci saremmo sacrificate. Giurammo che avremmo imposto nuove regole, saremmo state parte attiva, a letto, al lavoro, in casa, in piazza. Lì per lì ci illudemmo di aver vinto. Non era così. La rivoluzione delle donne non è stata né vinta né persa. È stata interrotta.
Interrompere una rivoluzione è pericoloso: non riesci a imporre nuove valori, a radicarli, a estenderli a tutti, come quando vinci. Non vieni travolto dalla restaurazione del vecchio, come quando perdi. Quando lasci una rivoluzione a metà la restaurazione è lenta e strisciante. Incominciano a bombardarti con l’icona della “ragazza tette grandi/ cervello piccolo”, non ci fai caso. Occupa i teleschermi (anche quelli del servizio pubblico) per vent’anni. Spegni la televisione. Diventa protagonista della scena pubblica, corpo in vendita, carriera, oggetto di scambio, trastullo stipendiato di un modello di maschio potente/impotente che era già vecchio quando eri ancora giovane. Ti scansi, spegni l’audio, non vuoi sentire.
Finché ti accorgi che, nel silenzio/assenso generale, si è tornati indietro. Come prima e peggio di prima. Devi di nuovo essere complemento, protesi, utensile del piacere. Madre se proprio ti va, come lato B della carriera. A tua figlia regalerai “Miss Bimbo”, il gioco elettronico che insegna a diventare Velina, Escort o moglie di miliardario. Sei di nuovo povera.
Possiedi, come anticamente i proletari, soltanto il tuo corpo e quello devi far fruttare. E sbrigati: hai meno di 20 anni di tempo. Qualcuno dice che qualche ragazza ha trovato, per lo più all’estero, riconoscimento ai suoi talenti. Qualcun altro rimprovera “le femministe”, queste ormai mansuete streghe in prepensionamento, di tacere. Ma non è vero.
Tutte noi, noi poche, abbiamo, in questi anni, parlato. Sole davanti allo schermo dei nostri computer, come si usa oggi. Abbiamo confezionato tristi arringhe, abbiamo segnalato, puntuali come Cassandre, rischi e degenerazioni. Non è successo niente. Le parole delle donne non pesano un grammo. Per questo bisogna ricominciare daccapo. Portare i nostri corpi in piazza, occupare spazio, farci vedere, farci sentire. Contarci, per ricominciare a contare.
13 agosto 2009
di Lidia Ravera
Ho provato una vera gioia, leggendo la «conversazione» con Nadia Urbinati, ieri, su questo giornale. Quando dice: «c’è, da parte delle persone attorno a noi, una specie di accettazione. Il senso dell’inutilità collettiva». Ho pensato: ha messo, come si dice, “il dito nella piaga”. E mai frase idiomatica fu più opportuna. Qui si parla proprio di piaghe: indicarle è necessario, anche se sarebbe più elegante voltarsi dall’altra parte. Toccarle fa male. Ma attraverso il dolore, passa l’unica speranza di guarigione.
Dunque diciamolo: è morta la dimensione collettiva. Il “noi” che rafforzava i tanti “io” di cui era composto, latita. Era onnipresente, la prima persona plurale. Ora è scomparsa. Non è mai stata facile da declinare: includere l’Ego degli altri, sistemarlo accanto al proprio, non è mai naturale, tocca smussare angoli, reprimere individualismi, concedere generalizzazioni, perdere qualcosa di sè. Però si può fare, anzi: si deve.
E questo è il resto.
Soltanto una massa di “io” ordinati in un “noi”, che li sovrasta e li protegge e li rappresenta, nel corso della storia, ha saputo abolire lo schiavismo, difendere il lavoro, conquistare diritti uguali per tutti, combattere il fascismo. L’individuo, da solo, può regalare all’umanità soltanto il godimento dell’arte. È necessaria, l’arte, ma non è sufficiente. Non oggi e non qui, in Italia.
Ha ragione la Urbinati quando dice: «Quel che fa questo governo non è ridicolo...è tragico». È tragico usare la paura e la fragilità psichica dei cittadini, aggravate entrambe dalla crisi economica, per disegnare una società che esclude e divide, che radicalizza le differenze e governa col ricatto milioni di solitudini. Poco più di metà degli italiani ha votato qualche anno di fiducia all’attuale Premier e alla sua “weltanschaung”. Poco meno di metà degli italiani ha cercato, votando il centrosinistra, di segnalare il proprio “no”.
Si tratta di milioni di donne e di uomini, dispersi e quindi condannati alla dimensione privata del dissenso:. il lamento. Per le donne è una sorta di revival: ve la ricordate la rivolta “da camera” delle nostre madri? Erano donne che avevano vissuto la giovinezza a cavallo della seconda guerra mondiale e che, nell’Italia in rapido sviluppo degli anni sessanta, impigliate nel codice antico dell’esistenza vicaria, stavano maturando un disagio crescente per i ristretti ambiti delle loro vite. Che cosa facevano, mentre le loro figlie scendevano in piazza bruciando le icone della femminilità tradizionale? Si lamentavano. Opponevano un fiero cattivo umore ad un destino che vivevano come immutabile. Era il canto della loro sconfitta, il lamento.
Ci dava ai nervi. Giurammo che noi no, noi non ci saremmo sacrificate. Giurammo che avremmo imposto nuove regole, saremmo state parte attiva, a letto, al lavoro, in casa, in piazza. Lì per lì ci illudemmo di aver vinto. Non era così. La rivoluzione delle donne non è stata né vinta né persa. È stata interrotta.
Interrompere una rivoluzione è pericoloso: non riesci a imporre nuove valori, a radicarli, a estenderli a tutti, come quando vinci. Non vieni travolto dalla restaurazione del vecchio, come quando perdi. Quando lasci una rivoluzione a metà la restaurazione è lenta e strisciante. Incominciano a bombardarti con l’icona della “ragazza tette grandi/ cervello piccolo”, non ci fai caso. Occupa i teleschermi (anche quelli del servizio pubblico) per vent’anni. Spegni la televisione. Diventa protagonista della scena pubblica, corpo in vendita, carriera, oggetto di scambio, trastullo stipendiato di un modello di maschio potente/impotente che era già vecchio quando eri ancora giovane. Ti scansi, spegni l’audio, non vuoi sentire.
Finché ti accorgi che, nel silenzio/assenso generale, si è tornati indietro. Come prima e peggio di prima. Devi di nuovo essere complemento, protesi, utensile del piacere. Madre se proprio ti va, come lato B della carriera. A tua figlia regalerai “Miss Bimbo”, il gioco elettronico che insegna a diventare Velina, Escort o moglie di miliardario. Sei di nuovo povera.
Possiedi, come anticamente i proletari, soltanto il tuo corpo e quello devi far fruttare. E sbrigati: hai meno di 20 anni di tempo. Qualcuno dice che qualche ragazza ha trovato, per lo più all’estero, riconoscimento ai suoi talenti. Qualcun altro rimprovera “le femministe”, queste ormai mansuete streghe in prepensionamento, di tacere. Ma non è vero.
Tutte noi, noi poche, abbiamo, in questi anni, parlato. Sole davanti allo schermo dei nostri computer, come si usa oggi. Abbiamo confezionato tristi arringhe, abbiamo segnalato, puntuali come Cassandre, rischi e degenerazioni. Non è successo niente. Le parole delle donne non pesano un grammo. Per questo bisogna ricominciare daccapo. Portare i nostri corpi in piazza, occupare spazio, farci vedere, farci sentire. Contarci, per ricominciare a contare.
13 agosto 2009
Iscriviti a:
Post (Atom)